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Domanda Psicoterapia o psicanalisi?
- Laura80
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elena ha scritto: Che succede se la depressione è solo superficiale? Se la superficie è dovuta al Super Io che fa da blocco? Se chi perde il proprio partner è narcisista e l'altro invece un paranoide o un depresso?
L'inconscio usa il linguaggio simbolico. Capisce la ripetizione convinta, le emozioni forti.
Lo sanno bene i pubblicitari e chi fa marketing
Che succede se il gruppo analista si trova di fronte un gruppo omogeneo che la pensa in modo totalmente opposto al suo?
Che succede se c'è un leader naturale o una personalità dominante all'interno del gruppo? Cosa fa l'analista se ci si trova in via di contrapposizione costante?
Sono d'accordo con quello che ha scritto Clara. Per quanto riguarda il tuo riferimento al marketing Elena, lì non si parla di inconscio (almeno non di quello inteso in senso analitico), ma si fa leva su questioni percettive, che hanno a che fare con livelli diversi di coscienza, più o meno controllabili, ma non per questo "inconsci".
Infatti tutti noi, chi più chi meno, siamo soggetti alle influenze della pubblicità (specie a livello subliminale), ma non tutti hanno un "inconscio" inteso in senso analitico...tempo fa Clara mi pare avesse postato in forum qualcosa sul testo di Recalcati "L'uomo senza inconscio", nel quale si spiega bene come oggi l'esistenza dell'inconscio non sia affatto da dare per scontata.
Nella pratica clinica questo si traduce in un lavoro preliminare all'analisi vera e propria, a volte molto lungo.
Per quanto riguarda invece il gruppo analitico e la possibilità di contrapposizioni al suo interno, devo dire che è molto difficile nella pratica trovare situazioni come quella che descrivi. Presupporrebbe un lavoro di formazione del gruppo e di preparazione dei singoli all'ingresso non adeguato. Se il gruppo è ben formato, non avvengono contrapposizioni come quelle che descrivi. Per 'ben formato' intendo qui che sia in grado di lavorare, quindi con partecipanti che abbiano le indicazioni minime: motivazione, capacità di lavorare in gruppo, analizzabilita'.
Possono avvenire conflitti ovviamente, e ben vengano, ma difficilmente il gruppo si compatta contro il conduttore, o si schiera totalmente con un leader carismatico: ci sono sempre posizioni diverse, che rappresentano i diversi interlocutori interni ai singoli che si " animano" nel gruppo.
Se dovesse avvenire uno stallo come quello che descrivi, saremmo in presenza di quello che Bion definisce "gruppo in assunto di base", contrapposto al " gruppo di lavoro". In tal caso basta di solito una corretta interpretazione che sveli il valore difensivo di questa configurazione. La prima ipotesi che mi verrebbe in mente è che una tale opposizione ha come scopo quella di negare la funzione terapeutica del conduttore, evitando il cambiamento, che è sempre la cosa più temuta. Ma naturalmente non si può ragionare in termini astratti: ogni gruppo è diverso.
Fai riferimento al gruppo omogeneo: qui i rischi di un eccessivo "compattamento" identitario sono in effetti maggiori, per questo il ruolo del terapeuta è quello di favorire col tempo l'emergere delle differenze. Sembra difficile, ma di solito questo avviene quasi naturalmente, col tempo e la pazienza.
Lo scopo del conduttore di un gruppo non è in ogni caso mai fare in modo che nel gruppo regni la pace: il conflitto, le contrapposizioni, le diverse opinioni sono aspetti da valorizzare, tutto è aperto al confronto, tutto è discutibile, non esiste nulla di scontato.
Non ho capito bene invece la tua prima riflessione sulla depressione. Cosa intendi per depressione superficiale?
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- elena
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« Ora, può essere un gran male consegnare alla medicina il più piccolo problema psicologico con il pretesto che potrebbe trattarsi di una malattia: pericolo, lo abbiamo detto e ripetuto, di eludere il problema della responsabilità del soggetto, pericolo di drammatizzare la situazione, o al contrario di semplificarla, perciò di mettere in opera delle terapie che si limitano a mascherare mo- mentaneamente i problemi, come è tanto spesso il caso dei me- dicamenti moderni destinati a ridurre miracolosamente l'ansietà, l'emotività o l'agitazione. Sarebbe illuminante enumerare obietti- vamente i casi in cui l'intervento dello psicologo ha impedito, in- volontariamente, di mettere in luce una seria malattia organica. Ma sarebbe non meno utile calcolare le persone che, avendo creduto ben rivolgersi a un medico piuttosto che a uno psicologo, si ritro- vano con gli stessi problemi mesi e anni più tardi, e con qualche problema supplementare, come la dipendenza da una droga che sembra loro necessaria per sopportare essi stessi.
A una valutazione sociale, ci sembra molto più grave fabbri- care migliaia di tossicomani che si ignorano piuttosto che lasciare sfuggire all'intervento medico qualche centinaio di seri casi or- ganici ».
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- elena
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(Vorrei investigare il ruolo dell ipnosi come terapia anche in analisi, oltre che in terapia psicologica, avendo studiato tanti anni fa Erickson mi ricordo di risultati interessantissimi in molti campi della medicina, della diagnostica e della comprensione della personalità. Vi riporterò un paio di stralci del mio libro per avviare una riflessione su questa tecnica)
L'attività dello psicologo e dello psichiatra in sede clinica è diretta innanzitutto a ricostruire e ad interpretare la vita psichica e a volte anche quella storica del paziente.
La ricostruzione è composta da elementi della vita passata connessi con le emozioni relative ed è possibile per il fatto che l'analista, attraverso il transfert (una specie di finestra verso il passato, che rappresenta il processo secondo il quale prototipi di vicende pregresse della vita dell'analizzato vengono attualizzati attraverso il particolare rapporto emozionale che lo lega con l'analista), può analizzare certe emozioni e certi rapporti come se fosse stato « testimone oculare » nei confronti del momento in cui si sono presentati nella vita psichica del paziente per la prima volta e nei confronti delle persone più significative della sua infanzia(59).
Per quanto riguarda l'interpretazione, essa consiste, tra l'altro, nel rendere conscio l'inconscio e si chiama orizzontale quando tende a mostrare i comuni denominatori dei modi psichici e comportamentali del paziente in relazione alla sua vita attuale, per esempio, in relazione ai suoi familiari, agli amici, ai colleghi di lavoro, età, e verticale quando tende a evidenziare da un punto di vista genetico il corso dello sviluppo psichico e il rapporto tra i modi presenti ed il passato. È chiaro che l'ipnosi è solamente un mezzo di indagine e di terapia in psicopatologia ma non è né una teoria della personalità né una teoria delle nevrosi o delle psicosi (60).
(59) GULOTTA G., Psicoanalisi e responsabilità penale, Giuffrè, Milano, 1973.
(60) Qualunque ipnotista come ogni psicoterapeuta ancora la propria attività
diagnostica e terapeutica ad una teoria che rappresenta il parametro di riferimento, sia pure elastico, con cui interpretare la massa di informazioni che trae dai soggetti. Confrontare dunque l'ipnosi con la psicoanalisi è possibile solo se si considera quest'ultima soltanto come una tecnica terapeutica, ma non è possibile quando si tenga conto che la psicoanalisi è anche un mezzo terapeutico, ma è soprattutto, per espressa dichiarazione del suo fondatore, una teoria della personalità e delle nevrosi.
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- elena
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Nessuna forma di terapia può evitare questo problema la cui soluzione è essenziale per la possibilità di avere il cambiamento terapeutico.Quando il terapista agisce in questo modo per ottenere il controllo della relazione si parla di terapia strategica (90). Il terapista mantiene l'iniziativa su ciò che si verifica nel corso della terapia, elabora una tecnica particolare per ogni singolo problema. Un terapista e una persona con un problema nella seduta terapeutica, contribuiscono entrambi a determinare la situazione che si sviluppa, ma nella terapia strategica l'iniziativa è quasi sempre nelle mani del terapista che, in sostanza, deve essere acutamente sensibile, capace di adeguarsi al paziente e alla sua situazione sociale, e deve essere in grado di assumersi la responsabilità di influenzare direttamente le persone. Ne deriva così che la terapia strategica non è una concezione o una teoria particolare, ma un nome per quel tipo di terapia in cui il terapista si assume tale responsabilità.
Un problema strettamente collegato e che per qualche tempo ha frenato lo sviluppo della terapia strategica è quello della « manipolazione ». La critica di manipolazione sarebbe appropriata se il paziente o la famiglia, o la coppia, potessero in quest'ambito perdere la loro capacità di autodeterminazione o dovessero essere coinvolti in responsabilità che non competono loro. Al contrario la terapia strategica si propone obiettivi di segno opposto, come far riacquistare maggior determinazione, liberare da una situazione di disagio, restituire l'iniziativa delle proprie azioni.
L'influenza e la diffusione della psicoanalisi, della terapia ro- gersiana, e della terapia psicodinamica in genere, ha generato negli operatori la convinzione che doveva essere proprio la persona che non sa cosa fare e che sta chiedendo aiuto a deterrninare quanto accade nella seduta psicoterapeutica.
Ma, dice Andolfi(91), si può a buon diritto ritenere ugualmente manipolatorio tanto il prescrivere gli psicofarmaci ad una persona in preda ad uno stato d'ansia quanto prescrivere un comportamento paradossale, tanto consigliare la colonia estiva ad un bambino quanto mantenere il silenzio fino a che il paziente non associa liberamente, tanto insegnare ad una coppia come raggiungere l'orgasmo quanto negare una terapia quando le componenti del problema sono di altra natura che non quella psicologica.
Si può ritenere a ragione che buona parte degli insuccessi di varie forme di psicoterapia dipenda essenzialmente dal fatto che gli operatori non sanno a che gioco stanno giocando, o meglio giocano il gioco di non giocare a nessun gioco. Anche buona parte degli ipnotisti giocano così ed è veramente un male perché si può ritenere che l'ipnosi rappresenti un modello di facile lettura e una palestra di addestramento per lo sviluppo di terapia strategica anche senza l'uso dell'ipnosi. La relazione ipnotica può quindi essere vista come modello di terapia strategica tanto più che alle tecniche tradizionali dell'ipnosi, per le quali l'ipnotista dirigeva apertamente il soggetto e il soggetto apertamente seguiva le istruzioni, sono subentrate tecniche più indirette di induzione dello stato di trance, più strategiche ed Erickson per primo, ha mostrato la via.
Parlando, in generale, delle tecniche strategiche, la più comune e tuttavia basilare di queste strategie paradossali (92) è quella di utilizzare sempre ciò che il paziente da e di comunicare sempre con il paziente nel suo stesso « linguaggio ». È nota l'analogia usata da Erickson dell'uomo che vuole cambiare il corso di un fiume: se lo contrasta e tenta di fermarlo il fiume potrà facilmente superare o aggirare l'ostacolo, ma se l'uomo ne accetta la forza e la devia in una nuova direzione, la corrente del fiume finirà per scavarsi un nuovo letto; ne deriva la prima delle regole d'oro e cioè l'accettare anzi, addirittura l'incoraggiare la resistenza. Il soggetto che con la resistenza ostacolava il processo terapeutico si trova disorientato ora che la resistenza viene ridefinita come una collaborazione e il terapista può segnare un punto a suo favore. Per questo spesso addirittura il sintomo che il paziente lamenta viene prescritto.
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- elena
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In questi casi, il terapista, invece di continuare un inutile tentativo di cambiamento, può accettare anziché subire il paradosso, e la sua risposta è un controparadosso in cui dice in sostanza : « Io, in quanto terapista, senza modificare nulla, ti aiuterò a cambiare ».
E questo modo di agire può appunto essere quello dell'ipnotista.
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