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In un forum che tratta di salute e malattie, può succedere che improvvisamente qualcuno offra la soluzione tanto agognata, via mail o via messaggio privato.
DIFFIDATE sempre, controllate, ricercate e chiedete. Chiedete ad altri foristi se per caso conoscono questo prodotto, chiedete se esistono dei test e delle testimonianze attendibili.
Domanda Sulle vitamine e sui minerali.
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La B12 può essere considerata, oltre che la maggiore e la più complessa, anche la più singolare tra tutte le vitamine, dato ch’essa possiede un atomo di cobalto (ione metallo).
Col vocabolo “cobalamine” si designano tutti i composti che svolgono un’azione di tipo B12.
Il nostro corpo utilizza la B12 sotto forma di metilcobalamina e di 5-deossiadenosilcobalamina.
Essa è presente in noi sia come derivato dall’alimentazione (incluse le supplementazioni) sia come prodotto della funzione della flora batterica nel livello enterico.
La B12 assunta, per es., mangiando del fegato (pessimo alimento, ndr), che ne contiene molta, si unisce nel livello gastrico a una specifica proteina, il protide 0 (zero), fabbricato dalla mucosa dello stomaco, la quale proteina custodisce la vitamina da possibili danneggiamenti che l’acidità del succo gastrico potrebbe arrecarle e la veicola al lume enterico.
Nell’intestino, essa cede il posto a una glicoproteina, definita fattore intrinseco di Castle, fabbricata anch’essa dalla membrana dello stomaco, la quale sfugge agli attacchi sia della pepsina sia del succo gastrico, perviene al livello enterico e si lega, per una forte affinità, alla B12, rimpiazzando il protide 0.
Il nuovo complesso IF*-B12 è intercettato e identificato da un recettore ubicato sulla membrana citoplasmatica degli enterociti (cellule epiteliali prismatiche o cilindriche che formano l'epitelio di rivestimento dei villi intestinali): il fattore di Castle è fermato nell’intestino, mentre la B12 perviene, veicolata dagli enterociti, all’organo epatico, per essere poi decentrata nei vari distretti tissutali periferici da specifiche proteine di trasporto (trans-cobalamine, nelle isoforme I, II, III).
Sui tessuti c’è un recettore cellulare che le consente di oltrepassare il livello citoplasmatico e di accedere all’intra-cellulare, dove finalmente sarà mutata nel cofattore B12, con la collaborazione sia dell’adenosina trifosfato sia del NADP (nicotinammide adenina dinucleotide fosfato) sia del glutatione ridotti.
Negli integratori s’impiega per lo più la cianocobalamina, la quale è rapidamente permutata in metilcobalamina e in 5 deossiadenosilcobalamina.
L’enzima folato-dipendente metionina sintetasi per funzionare regolarmente necessita della metilcobalamina, in modo da poter sintetizzare la metionina dall’omocisteina.
La disfunzione di questo enzima condurrebbe, infatti, a un deposito di omocisteina, con tanto di contraccolpi sul sistema cardio-circolatorio, come vedremo in seguito.
A sua volta, la metionina promuove la sintesi dell’S-adenosilmetionina, un donatore di gruppo metilico impiegato in molteplici processi biologici, quali la metilazione d’una serie di siti sia nel DNA (dove si rivela utile nella prevenzione dalle neoplasie) sia nell‘RNA.
Per quanto attiene invece la 5-deossiadenosilcobalamina, essa serve all’enzima che stimola la trasformazione di L-metilmalonil-CoA in succinil CoA, un processo biochimico direi fondamentale per la fabbricazione d’energia sia dai grassi sia dalle proteine.
Inoltre, il succinil CoA serve anche per la sintesi dell’emoglobina, responsabile della veicolazione dell’ossigeno negli eritrociti.
Secondo alcune stime, un buon 10-15% dei soggetti che hanno superato i 60 anni d’età sono in deficit di ferro.
L’assimilazione della vitamina B12 necessita d’una regolare funzionalità sia a livello gastrico sia a livello enterico (tenue) sia a livello pancreatico.
Sono gli acidi grassi del tratto gastrico e gli enzimi a “liberare la B12 dagli alimenti e a consentirle d’unirsi alle proteine R, che nell’habitat alcalino del livello enterico (tenue) sono demolite dagli enzimi del pancreas e rilasciano la vit. B12 che s’associa così all’IF (Intrinsic Factor), una proteina prodotta da specializzate cellule del livello gastrico.
Bene, solo con la compartecipazione indispensabile del calcio, provvisto dal pancreas, il legante IF-B12 è “imprigionato” dai recettori superficiali del livello enterico (tenue).
Tra le motivazioni più ricorrenti di deficit di B12 figurano sia l’irregolare assimilazione vitaminica dagli alimenti sia l’anemia perniciosa.
Si ritiene che un 2% circa dei soggetti che abbiano oltrepassato la sessantina siano affètti da Anemia perniciosa.
Si crea praticamente una situazione d’infiammazione autoimmune a livello gastrico, che causa l’annientamento delle cellule del rivestimento interno dello stomaco a causa dei propri stessi anticorpi, e quindi un calo nella produzione di acidi e di enzimi necessari per la cessione della vitamina B12, vincolata agli alimenti, e la mancanza del fattore intrinseco (IF) di Castle .
Purtroppo, gli anticorpi non consentono il connubio IF-B12, con tanto di declassamento nell’assimilazione della vitamina in questione.
Ovviamente, trovandosi in uno stato d’anemia perniciosa, potrebbero occorrere degli anni prima d’incorrere nei sintomi da carenza di ferro.
A tale patologia s’associa anche una certa predisposizione genetica: circa un 2% dei famigliari di soggetti con anemia perniciosa contrae anch’esso la malattia, la quale per essere curata necessita d’iniezioni di B12, il cui assorbimento non passa per il livello enterico oppure di significative quantità per bocca.
Infatti, se assumessimo 1 mg (1000 mcg/microgrammi) di B12 per os, avremmo mediamente un’assimilazione di essa per diffusione passiva** di 10 mcg, ossia l’1%.
Nelle persone d’una certa età, la non efficiente assimilazione della B12 alimentare è primariamente riconducibile alla gastrite atrofica, osssia a una cronica infiammazione della parete interna dello stomaco, che causa il declassamento delle ghiandole e degli acidi grassi.
Inoltre, una minore sintesi di acido gastrico, necessario per la cessione della B12 da parte delle proteine alimentari, esita anche in una maggiore moltiplicazione di batteri anaerobici nel livello gastrico, per ovvi motivi, fattore questo d’ulteriore intralcio all’assimilazione della vitamina in questione.
I soggetti con una ridotta assimilazione della B12 alimentare, non devono, come solitamente fanno, aumentare le quantità di cibo che hanno questa vitamina, ma piuttosto assumerla da integratori.
Considerate che la gastrite “atrofica” può riguardare fino a circa 1/3 degli uomini al di sopra della sessantina, spesso consociata all’Helicobacter pylori, che determina una cronica infiammazione gastrica in grado di determinare l’ulcera peptica, la gastrite atrofica e, purtroppo, il cancro in alcuni soggetti.
Altri fattori di deficienza relativa alla B12 sono da ascriversi alle asportazioni chirurgiche sul livello gastrico o sui tratti enterici del tenue, quelli che ospitano i recettori del complesso IF-B12, ma anche alla celiachia che determina una sidrome da ridotta assimilazione della B12 o addirittura a un’insufficienza pancreatica***.
Anche un’alimentazione vegana ha determinato situazioni d’insufficienza della B12, come del resto l’alcolismo, che riduce l’assimilazione e alimenta al contempo l’espulsione vitaminica, oppure i soggetti con l’AIDS, forse per via della loro disfunzione a carico dello specifico recettore per la congiunzione IF-B12.
Pure l’uso prolungato di antiacidi è riconducibile all’insufficienza di B12.
L’insufficienza della vitamina B12 produce senz’altro un deterioramento delle funzioni enzimatiche che le necessitano.
Per es., una diminuita funzione della metionina sintetasi può esitare in valori molto alti di omocisteina, mentre un calo della metilmalonil-CoA, si traduce nella fabbricazione di quantità superiori del metabolita L-metilmalonil-CoA, detto anche acido metilmalonico.
Questo acido si deposita così nelle urine, generando la metil-malonico-aciduria: le urine inacidiscono e prendono il loro tipico odore, con conseguenze piuttosto preoccupanti.
Nell’insufficienza da B12, una ridotta funzione da parte della metionina sintetasi blocca il rinnovamento del tetraidrofolato (anione dell'acido tetraidrofolico, derivato dell’acido folico ossia della vitamina B9) e arresta il folato in una forma non biodisponibile per il corpo, al punto che si manifestano gli effètti da deficit di folato pur con normali valori di esso.
Tanto nell’isufficienza di B12 quanto in quella di folato, questi (il folato) non può intervenire nella sintesi del DNA, con un deterioramento che va a ripercuotersi sulle cellule del midollo osseo, le quali, dividendosi più velocemente delle altre, determinano la fabbricazione di grandi, prematuri eritrociti, con scarsa quantità d’emoglobina.
Si tratta se non lo avete già capito dell’anemia megaloblastica, la quale non la si dovrebbe curare con acido folico, prima di averne accertato la causa, perché s’è pur vero che l’integrazione di acido folico fornirebbe una quantità adeguata di folato, in grado di riequilibrare la composizione degli eritrociti, ciononostante, con la risoluzione dell’anemia non verrebbe risolto il deficit di B12.
Si elencano, qui di seguito, le ripercussioni neurologiche prodotte dal deficit di B12:
-insensibilità e formicolio degli arti inferiori e superiori;
-difficoltà di movimento;
-calo di memoria;
-confusione mentale;
demenza accompagnata o meno da variabilià dell’umore.
Ma anche:
-lingua lesionata;
-inappetenza;
-stipsi.
Attenzione, però, questi sintomi non sono necessariamente curabili ripristinando i valori della B12, soprattutto se avvertiti da molto tempo.
Considerate che per il 25% circa degli individui, tali effetti sono il solo disturbo clinico da deficit di B12, non sempre consociato all’anemia megaloblastica, insufficienza che determina il deterioramento della guaina mielinica, che riveste i nostri nervi sia cranici sia spinali sia periferici, del quale (deficit) vanno ulteriormente indagati i meccanismi biochimici che ne sono la causa.
Nelle affezioni inerenti al cardiovascolare, ovvero in patologie quali, per es., quelle cardiache, nell’ictus cerebri, nella malattia vascolare periferica, un alto valore di omocisteina nel flusso sanguigno costituisce senz’altro una seria minaccia per la nostra salute.
Il livello di omocisteina nel circolo sanguigno è perlomeno regimentato da 3 vitamine: la B9 (vedi acido folico su questo thread), la B6 e la B12.
Ci sono delle evidenze scientifiche che concludono sul calo dei valori dell’omocisteina somministrando un’integrazione tra 0,5 e 5 mg al giorno di acido folico (25%) e di 0,5 mg al dì di b12 (ulteriore 7%)****
Ci sono poi delle ricerche che hanno mostrato valori alti di omocisteina in soggetti con un’età superiore alla sessantina, denotando quindi un’insufficienza di B12 (per come si evince dall’analisi dell’acido metilmalonico, MMA, notevolmente rialzato) oppure di B12 e di B9 insieme.
Il consiglio, prima di attuare l’idonea terapia atta a ridurre il livello di omocisteina, è di controllare i valori della B12 e se vi sia una ridotta funzionalità renale.
Un deficit della vitamina B12 blocca il folato in una forma non biodisponibile per la sintesi del DNA, i cui filamenti risultano più sensibili all’usura.
Sto affermando che l’insufficienza di B12 possa cagionare seri danni al DNA e ridurre le funzioni delle reazioni di metilazione (importanti processi di modificazione del DNA), determinando un maggior pericolo per l’organismo d’esposizione alla neoplasia.
Ci sono delle ricerche che testimoniano che valori più alti di omocisteina e più bassi di B12 nel flusso ematico siano relazionabili col marker biologico di lesione del cromosoma nei globuli bianchi.
Infatti, i valori dello stesso marcatore declassano se si somministrano in giovani adulti 700 mcg di acido folico e 7 mcg di B12 attraverso dei cereali.
Occorrerà approfondire, poi, se vi possa essere una certa correlazione tra la B12 e il cancro mammario, per come mostrano certe determinate esperienze in merito.
Sapete cosa sono i difetti NTD (del tubo neurale)?
Essi sono in grado di condurre all’anencefalia o alla spina bifida*****, con ripercussioni così devastanti, che il solo scrivere di loro mi mette i brividi addosso e mi dà il voltastomaco.
Insorgono, solitamente, tra la 3^ e la 4^ settimana dopo la fecondazione, lasso di tempo in cui molte donne non sanno ancora di essere incinta.
Certuni studi hanno concluso che vi sarebbe un netto tracollo di casi (60-100%) se, nei 30 giorni prima e dopo il concepimento, le donne integrassero l’acido folico a potenziamento d’una sana, variegata dieta, e solo perché il folato ridurrebbe i valori di omocisteina, la quale tenderebbe ad ammassarsi nel flusso ematico, nel caso non vi fosse una sufficiente quantità di folato e/o di B12.
Ridotti livelli di B12 nel circolo sanguigno e nel liquido amniotico sono stati messi in correlazione con un superiore pericolo dei difetti del tubo neurale (NTD).
Dunque, donne incinta, siete avvisate: B12 + Folato, prima e dopo il concepimento, secondo quanto precedentemente detto.
Gli affètti da morbo di Alzheimer possiedono frequentemente valori bassi di B12 nel liquido cerebrospinale.
Il deficit di B12, come quello di folato, può ridurre la sintesi di metionina e di S-adenosilmetionina, con sfavorevoli ripercussioni sui processi di metilazione indispensabili per il ricambio dei costituenti della guaina mielinica dei neuroni e pure dei neurotrasmettitori.
Valori maggiori di omocisteina e minori di B12 e di folato sono riscontrabili nella malattia di Alzheimer e nella demenza vascolare, così per come mostrano taluni studi ma ancha certe analisi sul generale stato nutrizionale dei pazienti esaminati.
Anche nei casi di stati depressivi si riscontrano indici bassi di B12.
Tanto la B12 quanto il folato servono, infatti, per la sintesi di S-adenosilmetionina (donatore di gruppi metilici), fondamentale per il ricambio dei neurotrasmettitori, la cui scarsa biodisponibilità esita in forme depressive.
La sintesi della B12 può avvenire esclusivamente a opera di batteri.
Essa è contenuta nelle carni, intendendo per tali anche il pesce (crostacei inclusi) e in dosi minori nel latte, ma non figura solitamente nei vegetali.
Tanto i vegetariani/vegani che gli individui al di sopra dei 50 anni****** faranno bene a ricorrere alle supplementazioni e/o agli alimenti fortificati.
Sia la cianocobalamina sia la metilcobalamina sono le forme di B12 impiegate negli integratori.
Nell’anemia perniciosa, è possibile beneficiare della prescrizione medica di cianocobalamina per endovena o intramuscolo o come gel nasale.
Negli individui in salute, non si sono riscontrati sintomi d’intossicazione anche con quantità elevate di B12, sia alimentare sia da integratore.
Sempre in pazienti con anemia perniciosa, dei quantitativi di B12 da 1 mg (1000 mcg)/dì per dei mesi o 1 mg al mese per intramuscolo non hanno sortito alcun effètto tossico.
Del resto, per quanto attiene all’assunzione per os di B12, solamente minime percentuali d’essa sono assimilate.
In campo farmacologico, molti prodotti inibiscono l’assimilazione di B12.
Per es., gli inibitori della pompa protonica, quali Omoprazolo e Lansoprazolo, spesso impiegati per il reflusso gastro-esofageo e per la sindrome di Zollinger-Ellison******* riducono l’assorbimento di B12, anche se dopo un uso prolungato di almeno 3 anni.
Parimenti altri bloccanti della produzione d’acido gastrico, ovvero gli antagonisti del recettore H2, quali Pepsid, Tagamet, Zantac, adoperati per l’ulcera peptica, potrebbero declassare la B12.
Vi sono poi tutta una serie di farmaci che influenzano negativamente l’assimilazione di B12 alimentare, tra i quali la Colestiramina (colesterolo alto), il Cloramfenicolo e la Neomicina (antibiotici), la Colchicina (antigotta), la Metformina (Diabete di tipo 2).
S’è pur vero che una variegata alimentazione apporti quantità adeguate di B12, coloro che hanno superato il cinquantesimo anno d’età, gli individui vegetariani/vegani e le donne gravide opteranno, secondo il loro buon senso, per un’integrazione multivitaminica/multiminerale giornaliera o assumeranno a colazione cereali fortificati, che garantiscano un contributo/dì dai 6 ai 30 mcg (microgrammi) di B12, in una delle forme più biodisponibili.
Oltre i 65 anni d’età, allorquando siano soventi gli episodi di “cattiva” assimilazione e deficit di B12, sarà buona regola l’assunzione da integratori di 100-140 mcg/dì della vitamina in questione.
Invece, solo in caso di anemia perniciosa sarà indispensabile somministrare iniezioni di B12.
Note
*IF=Fattore Intrinseco di Castle.
**L’assimilazione della Vitamina B12 per diffusione passiva non è un meccanismo molto valido, perché permette l’assobimento esclusivamente dell’1% della dose vitaminica.
Baik HW, Russell RM. Vitamin B12 deficiency in the elderly. Annu Rev Nutr. 1999; 79:357-377.
***Il Pancreas fornisce i vitali enzimi e il calcio, utili per l’assimilazione della B12.
****Homocysteine Lowering Trialists’ Collaboration. Lowering blood homocysteine with folic acid based supplements; meta-analysis of randomized trials.
Homocysteine Lowering Trialists’ Collaboration.
BMJ 1998; 316 (7135): 894-898.
*****Anencefalia =grave malformazione congenita, nella quale i bambini vengono alla luce già morti o sopravvivono per poco tempo (da qualche ora a 3-4 gg., raramente fino a 10); essi sono senza o quasi la volta cranica e privi dei centri nervosi in essa contenuti.
*****Spina bifida=malformazione o difetto neonatale in cui, nelle peggiori circostanze, il midollo spinale sporge dal rachide per alcuni centimetri, con tanto di danno sia del midollo spinale sia delle terminazioni nervose che a esso si congiungono.
I neonati nel tempo di 1-2 gg, subiscono un trattamento chirurgico.
******Le persone che hanno superato la cinquantina hanno una più elevata possibilità d’una imperfetta assimilazione della B12 alimentare.
*******Affezione dovuta a una difettosa produzione di gastrina (ormone), quale effètto d’un tumore chiamato “gastrinoma” ai danni del pancreas o infrequentemente del duodeno.
È caratterizzata da ulcera peptica non trattabile.
Raffaele.
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Diverse sono le forme di questa vitamina liposolubile, ma quella usata per lo più dall'uomo è la D3, ossia il colecalciferolo.
Tutto il regno animale, uomo incluso, è in grado di trasformare il colesterolo in 7-deidrocolesterolo, antesignano della D3.
L'irraggiamento solare trasforma il 7-deidrocolesterolo della cute in D3.
Avendo la possibilità d'esporsi al sole, potremmo ridurre al minimo la richiesta di D3, poiché solo di tanto in tanto essa sarebbe necessaria.
Sapete, vero, che la D3 non è biologicamente attiva?-e che per renderla tale occorre che il nostro corpo la trasformi mediante un complesso meccanismo, detto “sistema endocrino della D”, molto analogo a quello di certi ormoni (per es., tiroideo)?
Non solo: è basilare per le nostre cellule nervose, per lo sviluppo osseo e per la sua densità che vi sia un sufficiente livello di calcio nel flusso ematico.
Allorquando assunta, sia attraverso la dieta, integrazione inclusa, sia attraverso la cute, essa necessita d'una proteina, alla quale s'unisce, che la veicola al fegato, nel cui livello è idrossilata in carbonio numero 25, costituendo la 25-OH-D3, ossia la 25-idrossivitamina D3 o semplicemente calcidiolo.
Ora, anche se la sintesi del calcidiolo è regolata a livello epatico, tuttavia, esponendoci maggiormente all'irraggiamento solare o incrementando l'immissione di D3, sortiremo l'effetto d'un rialzo dei valori di calcidiolo nel flusso ematico, che si rivelerà per noi un utile indicatore di questo nutriente.
Anche il calcidiolo non è, purtroppo, biologicamente attivo e dev'essere idrossilato in carbonio numero 1 per costruire [1,25(OH)2D3], ossia 1,25-diidrossivitamina D3, idrossilazione “stimolata” da un enzima del livello renale.
Sono le ghiandole paratiroidi a rilevare il livello del Calcio nel flusso ematico, per cui s'esso si ribassasse troppo, queste ghiandole produrrebbero l'ormone paratiroideo (PTH) che solleciterebbe l'enzima 1-idrossilasi del rene a fornire una maggiore quantità di calcitriolo, ch'è (finalmente!) la forma biodisponibile di D3, la quale provvederà a normalizzare i valori del livello del calcio ematico su 3 differenti fronti:
-mettendo in funzione il meccanismo di veicolazione della vitamina D a livello enterico (tenue), con conseguente benefìcio dell'assorbimento del calcio dietetico;
-incrementando il trasporto del calcio dal livello osseo verso quello ematico;
-alimentando la ri-assimilazione del calcio a livello renale.
Perché il calcitriolo produca ripercussioni fisiologiche necessita di recettori (proteine).
Esso penetra nell'intramembranario cellulare e costituisce con VDR (recettore vitamina D) il connubio “calcitriolo/VDR”, il quale, associandosi ancora con RXR (recettore X dell'acido retinoico), genera un eterodimero (differente natura chimica) che influenza i VDRE (elementi responsivi della vitamina D, ossia frammenti di DNA): l'associazione VDR/RXR+VDRE attua una variazione del ritmo di trascrizione genica che accresce la funzione dei carrier (trasportatori) del calcio-vitamina D dipendenti a livello enterico (tenue), degli osteoblasti a livello osseo e dell'enzima 1-idrossilasi a livello renale.
Tanto nella psoriasi, patologia contraddistinta dallo sviluppo di cheratinociti (cellule della pelle), nei quali si sono individuati i recettori della vitamina D (VDR), quanto nelle patologie autoimmuni, nelle quali sale la risposta immunologica nei confronti d'un antigene che fa parte di sé più che d'un antigene esterno, e nelle allergie che s'insediano allorquando l'antigene sia una sostanza esterna non nociva, quantità adeguate di calcitriolo (anche in creme per il primo punto) possono sortire un certo miglioramento.
A livello osseo (tessuto connettivo mineralizzato), la cui matrice consta di collagene e il cui minerale osseo è costituito per lo più di cristalli d'idrossiapatite con elevate dosi di calcio e fosforo, si possono registrare dei seri deficit di vitamina D.
Nel rachitismo, che connota un'insufficienza dell'osso di mineralizzare e che coinvolge neonati e bambini, s'osserva una protratta insufficienza di D, al punto che quanto più le ossa si sviluppano celermente, tanto più esse sono affètte dalla predetta patologia.
In particolare, nei neonati si vede una rallentata chiusura della parte molle della scatola cranica (fontanella), mentre la gabbia toracica, sotto la tirante pressione del diaframma, può alterarsi.
Dato ch'è ancora osservabile in certi luoghi della Terra, questa patologia può essere curata con un'integrazione di D o di calcitriolo e con un'alimentazione che apporti nel giusto rapporto sia il calcio sia il fosforo.
Per quanto poi attiene all'endoscheletro delle persone mature, sebbene esso non sia più in accrescimento, occorre precisare che il tessuto osseo è, come dire, in “sistematico rimodellamento”, quale reazione allo stress.
Ossia, l'osso si demineralizza e si rimineralizza mediante il lavoro di osteoclasti e di osteoblasti (cellule ossee), per cui, se si verifica una protratta insufficienza di D, anche se permane la matrice ossea collagene, l'osso si demineralizza con tanto di sofferenza e d'indebolimento (osteomalacia), situazione questa da non confondere con l'osteoporosi.
In entrambe le patologie si registra una certa fragilità ossea, ma l'osteomalacia è piuttosto infrequente e connota una diminuzione della quantità di minerale osseo e della matrice ossea collagene.
Diversamente, l'osteoporosi, patologia molto frequente, specialmente nelle donne dopo la menopausa, presenta un decremento della massa ossea totale, lasciando inalterata la proporzione tra minerale osseo e matrice ossea collagene.
Tra i più colpiti da insufficienza di vitamina D figurano i neonati che non fruiscono d'un'adeguata esposizione alla luce solare e che sono alimentati col latte artificiale non fortificato con vitamina D, soprattutto se nati verso fine autunno, le persone anziane che prendono poco sole, in quanto con l'età si riduce la capacità di sintesi della D da parte dell'organismo esposto alla luce solare, gli Africani o gli Indiani, scuri di carnagione, i quali risiedono nel nord o nel sud degli USA, perché la loro pelle ha una ridotta capacità di sintesi della vitamina D, le donne Arabe che rivestono totalmente il proprio corpo quando sono all'aria aperta, gli affètti da fibrosi cistica e da colestasi epatica (condizione di ristagno biliare nella colecisti o nei canali biliari intraepatici ed extraepatici), patologie entrambe che arrecano una scarsa assimilazione della D dietetica, coloro che presentano dei processi enterici infiammatori (per es., il morbo di Crohn), soprattutto se sono stati sottoposti a resezioni del tenue, i soggetti con grave deficit renale, perché non sono in grado di trasformare il calcidiolo in calcitriolo (forma attiva della D), gli affètti da un'infrequente patologia genetica che destabilizza la funzione dell'enzima 1-idrossilasi a livello renale e quindi il processo di conversione del calcidiolo in calcitriolo, gli epilettici per via dell'assunzione di prodotti anticonvulsivanti (fenitoina, ...) che si ripercuotono sul ricambio nel fegato della D.
Tanto il PTH (ormone paratiroideo) quanto il calcitriolo sono i rilevatori ematici del nostro organismo: essi ci segnalano l'adeguato, corretto apporto di vitamina D.
Per es., valori superiori di PTH e inferiori di calcidiolo nel flusso ematico sono indice d'una ridotta densità minerale ossea nei soggetti anziani.
Infatti, è certo che un deficit o un “cattivo” ricambio della vitamina D abbia una significativa incidenza nell'osteoporosi.
Alcune evidenze mostrano che già un'integrazione di 400 UI di vitamina D in donne in post-menopausa, viventi a latitudini tali da non avere alcuna sintesi da irraggiamento solare nel periodo novembre-marzo, produceva un calo nella perdita di massa ossea a livello di spina lombare.
Non citerò analoghe ricerche che hanno dato esiti similari, limitandomi alla conclusione che una supplementazione da 400 a 800 UI di vitamina D può diminuire sia la perdita ossea sia il rischio di fratture, particolarmente nelle donne e negli anziani, purché associata a un giusto consumo di calcio*, stimato tra 1g e 1,5 g al giorno.
Come si sa, le cellule neoplastiche presentano la duplice caratteristica di non possedere alcuna differenziazione e d'accrescersi o riprodursi velocemente.
Molti cancri (pelle, polmone, seno, ossa, colon) presentano il VDR (recettore per la vitamina D): bene determinate forme biologicamente attive di D3 (calcitriolo, ...) inducono differenziazione cellulare e/o inibiscono la proliferazione di certi tipi di cellule neoplastiche e non.
Con l'avanzare degli anni, cresce il pericolo di cancro alla prostata.
Certi studi mostrano che tale rischio è maggiore negli Afro-Americani piuttosto che negli Americani bianchi, perché la pelle scura ha un'alta presenza di Melanina che declassa l'efficacia nella sintesi della vitamina D.
Nel cancro del colon, un maggior rischio d'esso si collega proprio a uno scarso irraggiamento solare sulla pelle e quindi a un'insufficienza di vitamina
addirittura, integrando quotidianamente 160 IU, ossia 4 mcg (microgrammi) soltanto di questa vitamina, si riesce a ridurre il pericolo di contrarre tale patologia.I valori di [25(OH)D3], calcidiolo, nel siero sono un valido indicatore per i livelli della vitamina D; dei bassi valori sono riferibili a una superiore possibilità di contrarre un adenoma colorettale, direi precanceroso, o un cancro del colon.
Si è anche osservato in colture cellulari come la proliferazione delle cellule neoplastiche (almeno di certi tipi) sia fermata dal calcitriolo.
L'esposizione alla luce solare e una supplementazione di vitamina D alimentare connotano una diminuizione del pericolo di contrarre un cancro mammario.
Ciò detto, credo sia fondamentale rinverdire il concetto che una protratta supplementazione di alte quantità di vitamina D possa generare tutta una serie di negative ripercussioni, tanto maggiori se le assunzioni farmaceutiche sono di calcitriolo, il quale sfugge ai processi di sorveglianza fisiologica che ne riducono la sua fabbricazione nel livello renale, come vedremo meglio in seguito.
L'integrazione di vitamina D può servire per la prevenzione e la cura dell'osteoporosi: l'introduzione di 1000 UI al giorno (25 mg) di vitamina D al bifosfonato può esitare nel tempo d'un anno in un'apprezzabile crescita della densità minerale ossea a livello lombare della colonna vertebrale.
Nel cancro della prostata, anche se il processo non è chiaro, il calcitriolo inibisce lo sviluppo della neoplasia su colture cellulari e si rivela particolarmente utile per tale patologia, anche se l'immissione di quantità farmacologiche di calcitriolo presenta il pericolo di negative ripercussioni collaterali, anche piuttosto importanti.
Nelle malattie autoimmuni (diabete mellìto insulino dipendente, sclerosi multipla, artrite reumatoide) s'è osservato che il calcitriolo regola la risposta dei linfociti T, riducendo quella autoimmune.
L'irraggiamento solare soddisfa nella stragrande maggioranza degli uomini la richiesta di vitamina D.
Sia i bambini sia i giovani che trascorrono 2-3 gg. della settimana all'aria aperta non hanno problemi di deficit di vitamina D, che possono invece presentare gli anziani, perché possiedono una diminuita capacità di sintesi della D dalla luce solare e magari hanno spesso delle protezioni solari** per tutelarsi dalle neoplasie della cute e da altri eventuali danni causati dalle radiazioni solari.
Ci sono delle evidenze su soggetti anziani che assumevano un'integrazione multivitaminica o che ingerivano 3 bicchieri di latte quotidianamente che mostrano un deficit di vitamina D in quasi l'80% d'essi al termine della stagione invernale.
Per cui è buona regola che gli anziani si espongano sistematicamente, per un tempo non troppo prolungato, alla luce solare (15-20 minuti di sole sulle mani, sul viso e sugli avambracci, al mattino o nel tardo pomeriggio, sia in primavera sia in estate sia in autunno, in modo d'accumulare ogni eccesso di D nel grasso da smaltire poi nel periodo invernale; dopodiché, se si vuole protrarre l'esposizione al sole, sarà conveniente cospargersi la pelle con una crema solare protettiva).
Dal punto di vista dietetico, non sono molti gli alimenti che contengono la vitamina D.
Per citarne alcuni: olio di fegato di merluzzo, aringhe, salmone, sardine e gamberetti in scatola, latte e cereali fortificati, tuorlo d'uovo.
Per quanto attiene agli integratori multivitaminici, essi apportano mediamente dai 5 ai 10 mcg, ossia dalle 200 alle 400 IU di vitamina D.
L'esposizione alla luce solare non dà tossicità da vitamina D, mentre un'integrazione d'essa in quantità elevata tra 10000 e 50000 IU al giorno, ossia da 250 a 1225 mcg/dì per diversi anni, probabilmente per i considerevoli valori ematici di calcio da essa generati, crea ripercussioni sulla mancanza d'appetito, produce voltastomaco, conati di vomito, sete smodata, abbondante diùresi, smarrimento, fino al coma e alla morte.
Con forti valori ematici e urinari di calcio, che perdurano col trascorrere del tempo, subentrano sia osteoporosi sia calcificazioni degli organi (cuore, reni).
Attenzione soprattutto all'uso di calcitriolo, perché questa forma biodisponibile di D sfugge ai processi fisiologici di sorveglianza, i quali riducono la sua fabbricazione a livello renale.
Ecco, perché l'FNB dell'Institute of Medicine ha stabilito una soglia massima per questa vitamina di 2000 IU al giorno, ossia di 50 mcg, nei soggetti adulti e in buona salute, dose 5 volte inferiore a quella rilevata tossica.
Specie gli antiepilettici (Fenitoina, Fenobarbital, ...) sono in grado di declassare il ricambio della vitamina D nel fegato, mentre il Colestipolo, la Colestiramina, l'Orlistat, in genere i farmaci che riducono il colesterolo, ostacolano l'assimilazione della D a livello enterico.
Anche il Chetonazolo (antimicotico per os) diminuisce i valori ematici di calcitriolo negli individui in buona salute.
Coloro che assumono la Digossina (digitale) o il calcioantagonista Verapamil, perché affètti da ipertensione, possono avere episodi di aritmia cardiaca per tossicità da vitamina D, ch'eleva i loro valori del calcio nel flusso ematico (ipercalcemia).
Il Linus Pauling Institute consiglia nei soggetti in salute un'integrazione multivitaminica-multiminerale quotidiana di 400 IU, ossia 10 mcg, e di esporsi all'irraggiamento solare per almeno 15 minuti per 3 gg. la settimana, di mattina o nel tardo pomeriggio, sia sul volto sia sulle mani sia sugli avambracci, in primavera, in estate, in autunno, in modo da ovviare al deficit di D nel periodo di fine inverno.
Diversamente, le persone più avanti negli anni, al di sopra dei 65 anni, ma anche prima se necessario, faranno bene a integrare, data la loro ridotta capacità di sintesi della vitamina D da esposizione ai raggi solari, 800 IU di D, ossia 20 mcg.
Note.
*L'assunzione del calcio è molto dibattuta: certi ricercatori concordano addirittura nel sostenere che un'alimentazione carica di latte e di derivati, per un rialzo dell'acidità ch'essa stessa produce, procuri nel tempo una deplezione significativa del calcio.
Personalmente, propendo per questa conclusione.
**Protettivi solari con un fattore 8 declassano del 95% la formazione di vitamina D.
Raffaele
Per riflettere.
La valutazione di quanta vitamina D ci occorra presumerebbe di sapere l'esatta dose “consumata” giornalmente dal nostro corpo che, non essendo mai stata stabilita, non potrà che collegarsi alla nostra pratica sperimentale, in modo da conseguire e conservare quell'ottimale range dei livelli sierici della 25 (OH) D per soggetti sani, che così riassumo:
-carenza < 20 ng/ml (< 50 nmol/l)
-insufficienza 20-30 ng/ml (50-75 nmol/l)
-eccesso >100 ng/ml (> 250 nmol/l)
-intossicazione > 150 ng/ml (> 375 nmol/l)
Bene.
Siccome sono molteplici i fattori che influiscono sull'assorbimento della Vitamina D, l'analisi dei quali è meglio evitare in questa circostanza per non scrivere in merito un “trattato”, ecco quale algoritmo, molto essenziale e pratico, Vi propongo (poi, ognuno faccia come meglio crede) di sviluppare per stimare il vostro fabbisogno quotidiano di D (ve ne sono, ovviamente, altri), nel caso la vostra esposizione solare fosse molto esigua, come personalmente lo è per me, preso come sono dal “seguir virtute e conoscenza”.
Si sa che 100 UI di Vitamina D fanno salire i valori sierici della 25 (OH) D di 1 ng/ml o se preferite di 2,5 nmol/l.
Dunque, lasciando costante questo rapporto, indipendentemente dai nostri livelli sierici iniziali della 25 (OH) D, dei quali nulla adesso sappiamo, un'assunzione quotidiana di 2000 UI di Vitamina D3 garantirebbe quanto segue:
Legenda
ng=nanogrammi
nmol=nano moli
100 UI = 1 ng/ml (2,5 nmol/l)
per cui:
2000 UI = (1 ng/ml X 20) = 20 ng/ml (2,5 X 20 = 50 nmol/l).
Un'assunzione di 2000 UI, ossia di 20 ng/ml (50 nmol/l), rapportata al range dei livelli sierici della 25 (OH) D, evidenzia chiaramente un livello medio di 25 (OH) D sub-ottimale.
A voi, Amici, le ovvie conclusioni.
Una sola ulteriore utile, almeno credo, puntualizzazione.
I dati sperimentali USA-Nord America mostrano che l'esposizione solare contribuisca per l'80% all'apporto di vitamina D3.
Studi epidemiologici italiani attestano tale valore tra il 60 e il 90%.
Raffaele
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d'inverno 70 mila
peccato l'esame del 25ohd3 costa 25 euro >-<
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Di questa liposolubile vitamina fanno parte 8 antiossidanti, di cui 4 tocoferoli (alpha, beta, gamma, delta) e 4 tocotrienoli (alpha, beta, gamma, delta).
Il solo tipo di vitamina E, preservato al nostro interno (sia a livello intestinale sia a livello ematico) in più abbondanti entità è l’α-tocoferolo, che riveste nell’uomo un ruolo fondamentale quale antiossidante.
Ogni giorno, il nostro ricambio e le sostanze nocive (fumo, alcool, droghe, proteine e grassi polinsaturi, eccessivo esercizio motorio, stress, geopatologie ambientali, anticoncezionali a base di estrogeni, raggi ultravioletti …) generano i tanto temuti radicali liberi, che attaccano, mediante l’ossidazione, i lipidi, componenti essenziali della totalità delle membrane cellulari.
La funzione dell’α-tocoferolo consiste, per l’appunto, nell’individuare i radicali liberi e nell’evitare tutto quel complesso che passa sotto il nome di “reazione a catena di distruzione lipidica”, la quale s'attua proprio nel livello delle membrane cellulari.
Oltre a preservare integre le membrane cellulari, l’α-tocoferolo tutela dall’ossidazione pure i lipidi delle lipoproteine a bassa densità (LDL = low density lipoprotein), coinvolte nell’insorgenza di molte patologie cardiovascolari.
Tuttavia, se una molecola di α-tocoferolo stabilizza un radicale libero, la sua struttura si trasforma così tanto da perdere la caratteristica di “antiossidante”, che per essere ripristinata necessiterà a sua volta di altri antiossidanti, come, per es., la vitamina C, la quale ri-conferisce all’α-tocoferolo la sua primaria potenzialità (benedetta vitamina C, cosa non riesci a fare!!?).
Tra le altre mansioni dell’α-tocoferolo vi sono anche quelle, per es., d’ “arrestare” la funzione della proteina chinasi C (PKC, enzimi implicati in innumerevoli operazioni, come la trasduzione intracellulare del segnale, la modulazione dell’espressione genica, la tutela della proliferazione cellulare e del differenziamento) o di bloccare l’aggregazione piastrinica e d'alimentare la vasodilatazione.
Nonostante che nell’alimentazione americana la forma più comune di vitamina E sia il γ-tocoferolo, nondimeno nel flusso ematico i suoi valori sono 10 volte inferiori a quelli dell’α-tocoferolo, perché a livello epatico la proteina transfer (LTP = lipid transfer proteins) dell’α-tocoferolo ingloba il γ-tocoferolo nelle lipoproteine del flusso ematico e mette in circolo α-tocoferolo da destinare ai vari distretti tissutali del corpo.
Nelle urine invece sono prodotte maggiori quantità dei metaboliti del γ-tocoferolo nei confronti di quelli dell’α-tocoferolo, facendo concludere che il primo sia meno usato del secondo, pertanto meno indispensabile per l’organismo umano.
Certe evidenze in provetta o sugli animali mostrano l’utilità del γ-tocoferolo nella difesa contro i radicali liberi, mentre altri approfondimenti associano a un rialzo dei valori plasmatici del γ-tocoferolo un rilevante decremento nel pericolo di contrarre una neoplasia prostatica.
I soggetti con significative carenze nutrizionali, con anomalie genetiche della proteina transfer dell’α-tocoferolo o con disfunzioni nell’assorbimento lipidico, presentano per lo più stati carenziali di vitamina E (si pensi ai ragazzini affètti da fibrosi cistica o da patologia epatica colestatica, i quali per ridotta idoneità ad assimilare i lipidi dietetici, pertanto le vitamine liposolubili, evidenziano deficit della vitamina in questione).
Delle significative deficienze di E connotano anche dei disturbi neurologici riferibili alla coordinazione e all’equilibrio motorio, nonché una certa debolezza del sistema muscolare.
Stiano vigili le neo-mamme, perché un deficit dalla nascita di vitamina E, se trascurato, crea velocemente disturbi neurologici sul sistema nervoso ancora in crescita del nascituro.
Diversamente, le persone mature che contraggono una qualche disfunzione nell’assimilazione di E è probabile che non manifestino reazioni neurologiche per lungo periodo, anche ventennale.
C’è un campionamento della “Third National Health and Nutrition Examination Surrey” su circa 16000 soggetti adulti multietnici, al di sopra dei 18 anni, che rilevò i valori di α-tocoferolo nel siero e osservò che il 27% dei bianchi inclusi nel campionamento, il 28% dei messicani americani, il 41% degli Afroamericani e il 32% dei rimanenti possedevano valori di α-tocoferolo inferiori a 20 μmol/l (micromoli per litro), valore limite il cui ribasso è ritenuto pericoloso per l’aumento nell’insorgenza delle patologie cardiovascolari.
La RDA (Recommended Daily Allowance, o dose giornaliera raccomandata) dietetica per la vitamina E da α-tocoferolo è attualmente fissata, sia per le femmine sia per i maschi adulti, dai 19 anni in su, in 15 mg/dì e fino a 19 mg/dì per le donne nel periodo d’allattamento, razione giornaliera ricavata da un test in provetta, in cui l’acqua ossigenata, o per meglio dire il Perossido d’Idrogeno, veniva versata/o su dei campioni ematici, con la “frattura” degli eritrociti che faceva da descrittore al deficit di vitamina E.
Ora, dato che l’emolisi, tale è il termine che connota i globuli rossi “rotti”, fu individuata anche nei bambini affètti da seria insufficienza di E, questo test lo si è ritenuto clinicamente significativo.
Preciso comunque che la nuova RDA dietetica (la precedente era di 8 mg per le femmine e 10 mg pei maschi) poggia esclusivamente sulla prevenzione delle manifestazioni da deficit di E, ma non è volta a rafforzare lo stato di salute o a osteggiare l’insorgenza di patologie croniche.
Infatti, per come suggerito da certe ricerche, un rialzo di vitamina E è associabile a una riduzione del pericolo d’infarto del miocardio o di decesso per patologia cardiaca, tanto nei maschi quanto nelle femmine.
Sempre in queste ricerche si riscontrò che il massimo benefìcio lo conseguirono i soggetti con un’assunzione giornaliera di 800 IU, ossia di 67 mg di RRR-α-tocoferolo.
Qualche anno fa, fu rilevato* che i minori valori plasmatici o degli eritrociti di α-tocoferolo sono riconducibili alla presenza e alla gravità della patologia aterosclerotica.
Diverse neoplasie sono attribuibili, così per come postulato scientificamente, al danno ossidativo sul DNA prodotto dai radicali liberi.
Tuttavia, anche se l’α-tocoferolo è in grado di contrastare i radicali liberi, vaste ricerche in merito non hanno potuto concludere su un legame importante tra l’assimilazione della vitamina in questione e l’insorgenza di neoplasie al polmone o al seno, sebbene un’integrazione giornaliera di 50 mg di α-tocoferolo di sintesi, corrispondente a 25 mg di RRR-α-tocoferolo, nei soggetti fumatori affètti da cancro polmonare, abbia diminuito d’un 35% circa l’insorgenza di cancro prostatico nei fumatori stessi.
Le cataratte prodotte dalle ossidazioni proteiche del cristallino dell’occhio potrebbero essere evitate con somministrazione di antiossidanti, quali per l’appunto la vitamina E da α-tocoferolo (si attendono ulteriori approfondimenti in merito).
Nei soggetti anziani, una dose quotidiana di 200 mg di α-tocoferolo di sintesi, corrispondente a 100 mg di RRR-α-tocoferolo, protratta per parecchi mesi, alimenta la composizione anticorpale, in risposta al vaccino dell'epatite B, del tetano, e sviluppa una superiore resistenza all'influenza.
Nei “bypassati” sulle coronarie, che assumevano giornalmente 100 IU di α-tocoferolo, ossia 67 mg di RRR-a α-tocoferolo, si riscontrò, mediante angiografia, un decremento nell'avanzamento dell'aterosclerosi coronarica maschile.
Negli affètti invce da patologia cardiaca, l'integrazione di 400-800 UI/d di α-tocoferolo, corrispondente a 268-536 mg di RRR- α-tocoferolo, per almeno un anno e mezzo, significò un tracollo del 77% degli attacchi di cuore non letali.
Anche nei dializzati renali cronici, maggiormente esposti a decesso per patologia cardiovascolare, un'integrazione di 800 UI al giorno di α-tocoferolo naturale, equivalente a 536 mg di RRR- α-tocoferolo, per 1 anno e 4 mesi (mediamente) diminuì il pericolo d'un attacco di cuore.
Vi sono, purtroppo, in questo settore, degli studi che mostrano esiti diversi e altri ancora dei quali dovremo aspettare le conclusioni.
Nei diabetici, per es., i quali presentano un rialzo dello stress ossidativo e incombono soprattutto in guai cardiovascolari, quali l'attacco cardiaco e l'ictus, fornendo un'integrazione quotidiana di 600 mg di α-tocoferolo di sintesi, ossia 300 mg di RRR- α-tocoferolo, per circa 2 settimane, si osservò un ribasso considerevole degli F2-isoprostani (una serie di composti che connotano lo stress ossidativo).
Si sono anche registrati dei ribassi dei valori di glucosio nel flusso ematico con un'integrazione di sole 100 IU di α-tocoferolo di sintesi, ossia di 45 mg di RRR-α-tocoferolo, ma di contro vi sono esempi di somministrazioni da 900 a 1600 IU al dì di α-tocoferolo di sintesi, corrispondenti a 405-720 mg di RRR-α-tocoferolo che hanno dato esiti minimi o d'alcun giovamento.
Credo che a tal proposito le esperienze personali di alcuni foristi potrebbero apportare un contributo circa l'influsso benevolo dell'α-tocoferolo in soggetti diabetici.
A livello cerebrale, si suppone che lo stress ossidativo eserciti un'azione deleteria, come nel morbo di Alzheimer.
Somministrando quotidianamente 2000 IU di α-tocoferolo di sintesi per 24 mesi, ossia 900 mg al dì di RRR-α-tocoferolo a dei soggetti con una contenuta alterazione neurologica si è ottenuto un rallentamento nell'evoluzione dell'Alzheimer.
Anche una supplementazione vitaminica di E e di C ha esitato in un buon calo del pericolo di contrarre la demenza vascolare da ictus.
Sono alimenti contenenti vitamina E l'olio d'oliva, di girasole, il grano integrale, le verdure a foglia verde, le nocciòle, ... , che possiedono le 8 forme, ossia tocoferoli e tocotrienoli, in rapporto variabile.
La RDA alimentare è di 15 mg al giorno di RRR-α-tocoferolo, in sintonia col fatto che parecchi scienziati ritengano improbabile per un soggetto adulto di metabolizzare più di 15 mg al giorno di α-tocoferolo dagli alimenti da solo, senza portare i grassi oltre la soglia stabilita per essi.
Dato che le tabelle nutrizionali e i dati sui valori della vitamina E contenuta nel cibo (del resto, è chiara solo da qualche anno la maggiore predisposizione del nostro corpo per l'α-tocoferolo) sono espressi in mg equivalenti di α-tocoferolo (α-TE), anziché come mg di α-tocoferolo, occorre approssimativamente moltiplicare i mg di α-TE per il coefficiente 0,8, come nell'es.:
4,0 mg di α-TE X 0,8 = 3,2 mg di α-tocoferolo.
L'α-tocoferolo degli alimenti è nella forma dell'isomero RRR-α-tocoferolo.
Per quanto invece attiene agli integratori di E, essi solitamente vanno da 100 IU a 1000 IU di α-tocoferolo.
Occorre tuttavia fare una distinzione tra i supplementi ricavati da risorse naturali e quelli di sintesi.
I primi sono totalmente costituiti da RRR-α-tocoferolo, detto anche d-α-tocoferolo, il quale è l'isomero maggiormente assimilabile di α-tocoferolo per il nostro organismo; i secondi, diversamente detti dl-α-tocoferolo, o meglio ancora all-rac-α-tocoferolo, ossia blend di tutti gli 8 isomeri dell'α-tocoferolo, dei quali alcuni non fruibili dal nostro corpo, sono biodisponibili solo, press'a poco, per metà.
Ecco, come effettuare il calcolo.
INTEGRATORE NATURALE (RRR-α-tocoferolo o d-α-tocoferolo):
UI X 0,67 = mg RRR-α-tocoferolo.
INTEGRATORE DI SINTESI (dl-α-tocoferolo o all-rac-a-tocoferolo):
UI X 0,45 = mg RRR-α-tocoferolo.
In quanto agli integratori di gamma tocoferolo e a quelli di tocoferoli misti in circolazione è fondamentale osservare attentamente l'etichetta per stabilire i valori di ciascun tocoferolo insito nella mistura.
A dosi quotidiane inferiori ai 2 g di α-tocoferolo, da RRR-α-tocoferolo o da all-rac-α-tocoferolo, non risultano che rari effètti collaterali.
Da certi studi, peraltro da proseguire, pare che una protratta integrazione di certe quantità di α-tocoferolo possa comportare un declassamento nella capacità di coagulazione del sangue, quindi un rischio superiore d'avere un'emorragia.
Per ovviare a ciò, il Food and Nutrition Board dell'Institute of Medicine ha stabilito un'integrazione quotidiana massima di 1000 mg al dì di α-tocoferolo, corrispondente a circa 1500 IU di RRR-α-tocoferolo o a 2220 IU di all-rac-α-tocoferolo, quantità consigliata anche dal Linus Pauling Institute.
In caso, per es., d'intervento chirurgico è opinabile sospendere una trentina di giorni prima la supplementazione di vitamina E.
I soggetti che assumono anticoagulanti o antipiastrinici come, per es., il dipiridamolo, oppure coloro che presentano deficit di vitamina K è preferibile che non prendano integratori di α-tocoferolo se non sotto lo stretto controllo d'un medico.
Tanto gli anticonvulsivanti** quanto gli ipolipemizzanti*** tendono a declassare i livelli di vitamina E, come già evidenziato nel post precedente per la vitamina D.
Le integrazioni di α-tocoferolo si assumono, per non renderne impossibile l'assimilazione, ai pasti.
NOTE
*Ultrasonografia.
**Anticonvulsivanti: Carbamazepina, Fenitoina, Fenobarbital.
***Ipolipemizzanti: Colestipolo, Colestiramina, Isoniazide, Olestra, Olio minerale, Orlistat, Sucralfato.
Raffaele
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È una vitamina idrosolubile del complesso B che si trova nel nostro organismo sia come tiamina a sé stante sia come tiamina mono/tri/pirofosfato o difosfato (TMP/TTP/TPP).
L’ultima delle forme fosforilate menzionate, la tiamina piro o difosfato (TPP), è utile quale coenzima per alcuni enzimi piuttosto fondamentali e necessita per la sua sintesi da tiamina a TTP sia dell’adenosintrifosfato (ATP) sia del magnesio sia dell’enzima tiamina pirofosfochinasi.
Un deficit di questa vitamina ha ripercussioni sul sistema muscolare, su quello cardiovascolare, su quello nervoso oltre che sull’apparato gastroenterico.
Nel beriberi nervoso si connota una neuropatia periferica ch’esita nella “sindrome dei piedi brucianti” (patologia che investe estesamente e in maniera simmetrica i nervi periferici, indotta da altre malattie quali il diabete, la carenza di tiamina per l’appunto, l’anemia, il deficit renale, l’aids, il cancro e l’etilismo) e anche in un’anomalia dei riflessi, in una diminuzione della sensibilità e in una certa spossatezza degli arti inferiori e superiori, in indolenzimenti dei muscoli, rigonfiamenti, impedimento a sollevarsi da una postura a riposo.
C’è anche la possibilità che un importante deficit di tiamina induca degli attacchi epilettici.
In aggiunta ai disturbi riferiti per il beriberi nervoso, quello cardiaco presenta ripercussioni cardiovascolari (ipertrofia cardiaca, edema significativo, tachicardia, complicazioni respiratorie) fino all’insufficienza cardiaca congestizia (stato morboso in cui si osserva un’eccedenza di liquido a livello polmonare e/o in altri organi del corpo, perché la pompa del cuore non è in grado di accontentare i bisogni di tutto l’organismo).
Alcuni sintomi (irregolari spostamenti degli occhi, difetti posturali e deambulatori, disfunzioni cerebrali) ma anche il subentrare talvolta di una condizione confusionale apatica o di deficit della memoria (amnesia di Korsakoff) portano il beriberi cerebrale a esitare nell’encefalopatia detta di Wernicke (neurologo e psichiatra tedesco della seconda metà del XIX° sec.-inizi del XX° sec.) o nella psicosi di Korsakoff (neuropsichiatra russo della seconda metà del XIX° sec.).
C’è da aggiungere che la quasi totalità dei pazienti WKS (affètti dalla sindrome Wernicke-Korsakoff) siano etilisti oppure in stato di seria carenza nutrizionale (neoplasia gastrica/aids) e che essi recuperino velocemente le anomalie collegate ai disturbi oculari (ma non altrettanto manifestamente quelle del disturbo deambulatorio e del deficit della memoria*) iniettando loro della tiamina per via endovenosa.
Il deficit di questa vitamina può essere ricondotto a svariate situazioni:
- scarsa dose d’introduzione giornaliera;
- smodato calo o superiore esigenza da parte dell’organismo;
- introduzione di cibo declassante la tiamina o concause varie.
Il primo punto è, in ogni modo, nei luoghi di miseria e dove si deve stare molto attenti a gestire bene il denaro, il motivo primario dell’insufficienza di B 1: chi deve tutti i giorni “fare i conti col conto della spesa” predilige infatti l’acquisto di prodotti che abbondano per carboidrati ma che scarseggiano relativamente alla vitamina in questione (specialmente i carboidrati raffinati, dai quali sono rimossi sia le fibre sia la crusca e lasciati solo gli amidi, come nel caso del riso).
Da qui all’insorgenza del beriberi il passo è breve, particolarmente per i piccoli sventurati divezzati al seno di madri con un latte che risente di una dieta povera di B 1.
Anche nei paesi prosperi non c’è da stare molto allegri, per via del dilagante etilismo che, accomunato a una scarsa assunzione di B1 e di altre sostanze nutrizionali, conduce al declassamento della tiamina.
Stiano poi attenti gli “infaticabili”, le donne incinta o che allattano, coloro che si ammalano spesso e con stati febbrili, i ragazzi a controllare di non essere in carenza da B1.
Vi sono poi dei luoghi come quelli thailandesi della provincia di Trat, inclusa l’isola di Ko Chang, ma anche della provincia settentrionale di Kanchanaburi, in particolare il Thung Yai Naresuan National Park, le superfici boschive al confine con la Birmania (Myanmar), Cambogia e Laos e dei distretti di Phang Nga e Phuket, nei quali si osserva una significativa insufficienza di B1 nei soggetti colpiti da malaria piuttosto che in quelli sani.
Parimenti accade per le persone colpite dal virus dell'immunodeficienza umana (HIV), agente responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), le quali sono in serio pericolo di deficit di Tiamina, necessariamente da integrare.
Purtroppo, l’indigenza in cui versano alcuni luoghi della Terra e le fasce sociali che faticano ad arrivare a fine mese (vergogna dei governanti!), per il pessimo stile alimentare che possono permettersi, basato prevalentemente sui carboidrati, lamentano una carenza di tiamina, come del resto i neonati divezzati al seno da madri anch’esse in deficit di B1 che contraggono il beriberi.
Anche nelle zone a maggior sviluppo industriale, dove l’etilismo è sempre in crescita, si ha un discreto declassamento della tiamina come pure di altre sostanze nutrizionali.
L’allattamento, lo sviluppo dell’età adolescenziale, le attività sia ginniche sia lavorative piuttosto pesanti, gli stati febbrili necessitano di un maggiore apporto di B1, onde evitare il pericolo di contrarre un deficit significativo di tiamina.
I soggetti sottoposti a trattamento di dialisi per insufficienza renale sono in pericolo di deficit di B1 per un suo eccessivo calo.
Gli stessi diuretici sono in grado di prevenire la ri-assimilazione della tiamina nel flusso urinario e di promuovere l’eliminazione di B1 attraverso un maggior deflusso urinario.
Coloro che abusano di alcolici, introducendone massicce quantità, urinano molto e incorrono nella carenza di tiamina per eccessiva fuoriuscita.
Vi sono poi, sotto l’aspetto nutrizionale, dei cibi (sia di origine animale sia di origine vegetale) che contengono ATF (fattori antitiaminici), come per es., l’acido caffeico (estratto di caffè, cicoria, carciofo, piselli, fragole, propoli, …), l’acido tannico (caffè, the, frutta acerba, vino rosso, …), gli antiacidi gastrici e certi enzimi dei frutti di mare e del pesce crudo, ma anche pesci marini e di fiume (aringhe, carpe, crostacei, molluschi, salmone, …), i vegetali (cavolo, ciliegia, lamponi, more, ribes, …), … capaci, attraverso i loro fattori antinutrizionali, d’idrolizzare la tiamina, inattivandola mediante un processo di ossidoriduzione ch’esita nella demolizione e dissociazione molecolare della stessa vitamina.
Ma anche il semplice calore della cottura.
Vi sono riferimenti scientifici** che associano l’atassia nigeriana al deficit di tiamina dovuto al consumo di bachi da seta, un alimento discretamente ricco di proteine.
Nell’encefalo di soggetti defunti ch’erano affètti da Alzheimer si è osservato un declassamento sia dell’α-chetoglutarato deidrogenasi sia della transchetolasi, enzimi collegati al tiamin pirofosfato, anche se un’integrazione di tiamina in soggetti colpiti da Alzheimer non ha mostrato sostanziali involuzioni della malattia, pur somministrando 3g/die per 1 anno e in certi casi fino a 8 g/die.
Anche la somministrazione di tiamin-tetraidrofurfuril disolfuro a dosi di 1 g/die per 84 gg. non ha sortito che un lieve miglioramento.
Alcune evidenze scientifiche mostrarono come un significativo deficit di B1 possa esitare in una diminuita efficienza cardiaca quindi nella CHF (Congestive Heart Failure) ovvero nel deficit cardiaco congestizio, una forma di beriberi che investe per lo più le persone avanti negli anni.
Non solo: intervenendo sulla CHF, si notò che somministrando dei diuretici, tipo il Lasix, cresceva l’eliminazione della B1.
Nella valutazione dell’efficienza cardiaca, un parametro basilare, testato mediante un’ecocardiografia, è la frazione d’eiezione ventricolare sinistra (LVEF= Left Ventricular Ejection Fraction).
Bene: un trattamento effettuato su una trentina di soggetti con insufficienza cardiaca congestizia, che assumevano regolarmente il Lasix da non meno di 1 trimestre e ai quali furono iniettati per endovena 200 mg/die di B1 per una settimana, portò a un potenziamento della LVEF, con un ulteriore recupero del 22% (tutt’altro che trascurabile!), protraendo la somministrazione per bocca di 200 mg/die di B1 per altri 42 gg.
Le abnormi duplicazioni cellulari dei soggetti colpiti da neoplasia necessitano di molta tiamina.
Nel cancro, come si sa, c’è un ritmo superiore di reperimento degli acidi nucleici, partendo dall’enzima TTP-dipendente transchetolasi per ricavarne il ribosio-5-fosfato, utile nella sintesi dell’acido nucleico.
Ora, se da un lato pare auspicabile somministrare B1 agli affètti da neoplasia con deficit di tiamina, dall’altro alcune evidenze sconsigliano le eccessive dosi di essa, perché in grado di promuovere lo sviluppo, pensate un po’, di alcune stesse neoplasie.
A tal proposito, sarà dunque conveniente affidarsi al parere dell’oncologo presso cui si è in cura.
Una corretta alimentazione sarebbe idonea a garantirci il quotidiano fabbisogno di questa vitamina, tuttavia certi processi di lavorazione (farine bianche e quindi pasta e pane) e di raffinazione (riso bianco, …) declassano fortemente il contenuto dietetico di tiamina, al punto che possa risultare utile una sua giornaliera supplementazione, assieme ovviamente a tutto il complesso vitaminico B.
D’altronde, non vi è alcuna letteratura relativa alla tossicità della B1, sia dietetica sia da supplementazione, se si esclude la sua somministrazione a forti dosi per endovena, la quale procurò serie ripercussioni anafilattiche, tuttavia attribuibili, più che a “overdose” di B1, a un tipo di reazione allergica da parte di certi soggetti.
Coloro che fanno uso di antiepilettici (Fenitoina) faranno bene a controllarsi il valore della tiamina, perché potrebbe richiedere una maggiore supplementazione.
Anche l’uso di diuretici, in particolar modo del Lasix, alimenta il pericolo di un deficit di B1, mentre il 5 FU (5-fluorouracile), dispiegato nelle neoplasie, declassa la fosforilazione della tiamina in thiamin pyrophosphate (TPP) ossia nella sua forma attiva (oltre che procurare deficit di niacina e ridurre l’assorbimento del ferro).
Note
*La maggiore o minore ripresa sia dei disturbi deambulatori sia del deficit di memoria, dopo somministrazione di tiamina per endovena, è in stretta dipendenza con la comparsa dei sintomi stessi ossia se essi siano presenti da più o meno tempo.
**Thiamin is decomposed due to Anaphe spp. Entomophagy in seasonal ataxia patients in Nigeria-Nishimune T, Watanabe Y, Okazaki H, Akai H.
Raffaele
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Innumerevoli proteine, preposte alla funzionale coagulazione del sangue, necessitano di questa basilare vitamina liposolubile.
In lingua tedesca, infatti, “K” sta per “Koagulation”.
Ora, la vitamina di origine vegetale è il fillochinone (K1, 2-metil-3-fitil-1,4-naftochinone) mentre quella di origine batterica è il menachinone-n (con n che connota il numero di unità isoprenoidi legate in posizione 3), la cui sigla è MK-n o semplicemente K2.
Si può osservare che siano gli animali (più che i batteri), fra cui anche l'uomo, a sintetizzare, attraverso l'organo epatico e altri organi, la MK-4 in quantità molto superiori a quelle del fillochinone (K1).
L'importanza di questa “vitamina-coenzima” è quella di catalizzare la carbossilazione dell'acido glutammico (aminoacido), trasformandolo in Gla ossia in γ-acido carbossiglutammico.
E sebbene tale carbossilazione sia esercitata su ben determinate porzioni dell'aminoacido predetto, presente in una esigua quantità di proteine, essa risulta vitale per le mansioni di “liganti” che queste proteine hanno nei confronti degli ioni di Ca2+, necessari a innescare i 7 fattori nella cascata di coagulazione ossia una successione di accadimenti tra loro interdipendenti che vanno, in ultima analisi, a raggrumare il sangue con grumi che ne arrestano la fuoriuscita.
Del resto, senza i sistemi di sorveglianza, insiti nella cascata di coagulazione, si potrebbero determinare sia un'abnorme coagulazione sia un'emorragia, situazioni estremamente dannose per la stessa esistenza in vita dell'uomo.
La sintesi dei fattori di coagulazione subordinati alla vitamina K avviene nel livello epatico che, se seriamente compromesso, conduce a un declassamento dei fattori di coagulazione e quindi al potenziamento del pericolo di una emorragia, mentre certi soggetti corrono il rischi dell'insorgenza di grumi, in grado di ostruire la circolazione ematica all'interno delle arterie cardiache, polmonari, cerebrali e di esitare in un attacco di cuore, in un'embolia polmonare o in multinfarti cerebrali.
Ovviamente, forti dosi di vitamina K, sia da cibo sia da integrazione, possono ridurre l'effètto anticoagulante della Warfarina oltre che, se presa nel periodo di gestazione, condurre a deficit neonatale di vitamina K, con associato il rischio d'incontrollato sanguinamento.
Quantunque la K sia una vitamina liposolubile, l'assorbimento somatico è ridottissimo, per cui occorre introdurla sistematicamente attraverso il cibo per non esaurire le sue scorte che sono smaltite in tempi celeri.
E questo potrebbe essere il motivo per cui esiste il “ciclo della vitamina K” ossia un meccanismo di ri-utilizzo della stessa vitamina per diverse volte nella γ-carbossilazione delle proteine, riducendo ciò la domanda alimentare.
I farmaci come la Warfarina non consentono il ri-utilizzo della vitamina K perché bloccano un paio di basilari reazioni, determinandone una carenza funzionale.
I soggetti che assumono anticoagulanti prestino attenzione all'uso dietetico della vitamina K (90-120 mcg/die), sì da non surclassare i benefìci degli anticoagulanti”anti-K” come, per es., la Warfarina.
Nel nostro endoscheletro figurano 3 proteine subordinate alla vitamina K:
- osteocalcina, prodotta dalle cellule che costituiscono le ossa (osteoblasti) e modulata da 1,25(OH)2D3 (calcitriolo, una forma attiva della vitamina D), che necessita della γ-carbossilazione vitamina K-dipendente, inerente alcune eccedenze di acido glutammico;
- Gla (proteina matrice), costituita da fibre collagene, insita nell'endoscheletro sia nell'osso maturo sia in quello in via di composizione, anche nel livello cartilagineo e nel tessuto molle, inclusi le arterie, le vene, i capillari, in grado di evitare il deposito di sali di calcio nel tessuto molle e nella cartilagine e di promuovere la regolare formazione delle ossa;
- proteina S anticoagulante naturale, subordinata alla vitamina K, generata dagli osteoblasti e con lo specifico compito di preservare il flusso ematico da un'eccessiva coagulazione: per es., i bambini che presentano una carenza congenita di questa proteina sono soggetti a un maggior rialzo della coagulazione ematica e a una riduzione della compattezza ossea.
Vi è poi anche la Gas 6, una proteina presente al nostro interno (cuore, polmoni, reni, stomaco, tessuto cartilagineo), che si collega alla vitamina K: essa sembra essere un fattore di modulazione dell'accrescimento cellulare, determinante anche nella maturazione e nella senilità del sistema nervoso.
Un marcato deficit di vitamina K determina un declassamento della coagulazione del sangue, così per come si evince dalle specifiche prove di laboratorio (tempo di protrombina o tempo di Quick per determinare la tendenza alla coagulazione del sangue) e per come evidenziano certi episodi quali la presenza di sangue nelle urine e nelle feci, che risultano nerastre, il rilevante sanguinamento nel flusso mestruale, la perdita di sangue dal naso e dalle gengive, i frequenti traumi, l'emorragia intracerebrale neonatale (per rottura o perdita di un vaso sanguigno all'interno del cranio) piuttosto rischiosa per il mantenimento in vita del piccolo.
Nei soggetti maturi in buona salute è infrequente un deficit di vitamina K, dato che essa la si trova negli alimenti, che il ciclo della K preservi se stessa e che i microrganismi presenti all'interno del crasso producano menachinone (K2).
Ovviamente, coloro che assumono anticoagulanti antagonisti della vitamina K (per es., warfarina) o quelli che sono affètti da epatopatia o da disturbi epatici possono presentare un deficit di vitamina K.
Le future mamme, che alimentano solamente al seno il proprio nascituro (peraltro, ottima pratica: il latte materno è un alimento d'eccellenza!!!), considerino l'evenienza di un deficit di vitamina K per le motivazioni che sono a scrivere:
- il latte materno contiene una quantità di vitamina K non del tutto adeguata;
- il tratto enterico dei nascituri non è insediato da una sufficiente proliferazione batterica, in grado di produrre menachinone e attivare pienamente il ciclo della vitamina K, particolarmente nei nati prematuramente.
Anche le neo-mamme che assumono in gestazione degli antiepilettici a scopo preventivo possono causare un deficit di vitamina K nel nascituro, determinandone la cosiddetta “malattia emorragica neonatale”, estremamente rischiosa per la stessa sopravvivenza in vita del piccolo.
Per ovviare a questa delicata circostanza, l'Accademia Americana di Pediatria, ma anche altre istituzioni, caldeggia un'iniezione di K1 (fillochinone) a tutti i nascituri.
Pratica questa osteggiata da un paio di ricerche che invece concludono su una probabile correlazione tra le iniezioni di K1 e l'insorgenza di leucemia e altre forme di cancro nei neonati stessi.
Altri studi, su campionamenti piuttosto vasti, mostrano invece esiti totalmente dissonanti e non connotano alcuna correlazione tra le iniezioni di K1 alla nascita e il cancro (leucemia infantile) neonatale.
Dunque, nessuna dimostrazione che iniezioni di K1 esitino in forme cancerogene, mentre l'HDN (malattia emorragica del nascituro) è estremamente rovinosa.
Alcune ricerche epidemiologiche evidenziano un'interconnessione tra l'osteoporosi e la vitamina K che, se al quintile più basso, aumenta di oltre 1/3 il pericolo delle fratture dell'anca nelle donne nei confronti di quelle che hanno invece i valori della vitamina K al più elevato dei quattro quintili.
Evidenze queste confermate poi da un'altra ricerca postuma su un congruo campionamento di donne e di uomini.
Dal punto di vista dietetico, le più importanti assunzioni di questa vitamina avvengono attraverso le verdure a foglia larga verde e la frutta.
La vitamina K serve per la carbossilazione dell'osteocalcina, una proteina associata all'osso e presente nel flusso ematico.
Bene: una “ipo-carbossilazione” dell'osteocalcina ne declassa la sua efficacia circa la possibilità di associarsi al minerale osseo.
Sono stati infatti riscontrati dei valori ematici superiori di ucOC (osteocalcina sottocarbossilata) nelle donne dopo la menopausa nei confronti di quelle ancora fertili.
Valori che risultano addirittura molto elevati nelle ultrasettantenni, con un pericolo di frattura dell'anca sestuplo nei confronti di quelle che presentano alti valori di osteocalcina sottocarbossilata.
Naturalmente, i livelli di ucOC oltre che dalla vitamina K sono influenzati anche dalla vitamina
una sua carenza è direttamente proporzionale a dei valori più alti di osteocalcina sottocarbossilata.Vi sono esiti contrastanti circa un uso prolungato di warfarina (anticoagulante orale) e certi tipi di frattura ossea, particolarmente quelle sul rachide e sulla gabbia toracica, o talune riduzioni della compattezza ossea del polso ma non dell'anca.
Alcune ricerche sulla supplementazione della vitamina K mostrano che 1000 mcg, ossia 1 mg, di vitamina K1 (fillochinone) per 14 gg. promuove un declassamento dei valori di osteocalcina sottocarbossilata (ucOC) nelle donne già in menopausa.
In Giappone, sono stati somministrati a donne affètte da osteoporosi dosi massicce di MK-4* (menatetranone), ossia 45 mg al giorno, con risultati soddisfacenti, relativamente alla diminuzione mineralica ossea.
Vi sono evidenze che scarse dosi alimentari di vitamina K siano in correlazione con una promozione del pericolo di calcificazione a livello dell'aorta**.
La vitamina K può favorire la ri-mineralizzazione ossea e al contempo bloccare la calcificazione a carico delle condutture vascolari, con un meccanismo probabilmente collegato sia all'osteocalcina sia all'MGP: nel primo stadio embrionale, l'MGP blocca la calcificazione cartilaginea e ossea nella fase di sviluppo osseo.
Sotto l'aspetto nutrizionale, la vitamina K1 (fillochinone) è la forma principale ed è contenuta soprattutto nelle verdure a foglia larga verde e in certi oli vegetali (oliva, soia, ...).
A livello enterico, nel crasso, i batteri sintetizzano la vitamina K2 (menachinone) ch'è una forma attiva.
Sia la K1. sia la K2 non presentano tossicità, neanche a dosi massicce, anche se potrebbero scatenare un reazione allergica.
Diversamente, la K3 (menadione) e tutti i ricavati da essa possono arrecare danno ossidativo alle membrane cellulari del glutatione, potente antiossidante del nostro corpo.
Addirittura, somministrata in punture, essa è risultata dannosa nel livello epatico e ha generato l'ittero e l'anemia emolitica nei bambini, per via della rottura degli eritrociti.
Dosi massicce di vitamina K, sia alimentari sia da supplementazione, possono declassare il beneficio anticoagulante, per es., della warfarina.
Chi assume warfarina tenga la vitamina K tra i 90 e i 120 mcg, possibilmente senza sbalzi nei valori, per evitare una negativa interazione con l'anticoagulante.
Dosi massicce di vitamina A e di vitamina E da tocoferolo chinone possono declassare l'assimilazione della vitamina K.
Tanto l'isoniazide (antibiotico antitubercolare, con attività battericida; esplica anche un'azione inibitoria sul metabolismo epatico a livello del citocromo P450) quanto la rifampicina (antibiotico battericida), prese nel periodo della gestazione, possono causare deficit neonatale di vitamina K, come del resto gli antiepilettici, la warfarina, gli antibiotici in genere (per declassamento della flora batterica enterica).
NOTE
* L'MK-4 non è presente con valori importanti nel cibo ma può essere prodotto in modeste dosi dall'organismo iniziando dal fillochinone.
** Nella patologia cardiovascolare si notano le placche aterosclerotiche lungo le pareti arteriose, le cui calcificazioni conferiscono una diminuita elasticità vasale e un rialzo del pericolo che si generino grumi in grado di scatenare un attacco cardiaco o un ictus cerebri.
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