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DIFFIDATE sempre, controllate, ricercate e chiedete. Chiedete ad altri foristi se per caso conoscono questo prodotto, chiedete se esistono dei test e delle testimonianze attendibili.

La Medicina Ortomolecolare è una pratica terapeutica che si basa sull'introduzione della quantità ideale di nutrimenti nella dieta che mira a perseguire il livello di salute ottimale attraverso il riequilibrio dell'assetto biochimico.

Domanda Sulle vitamine e sui minerali.

  • Animalaus
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12 Anni 3 Mesi fa #27433 da Animalaus
Risposta da Animalaus al topic Sulle vitamine e sui minerali.
Scusate tanto se mi intrometto, ma visto che ne capite tanto di vit C qualcuno di voi sa per caso spiegarmi perche a me assumere piu di 100, 150 mg al giorno causa insonnia?

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  • Raffaele/Michelangelo
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12 Anni 3 Mesi fa - 12 Anni 3 Mesi fa #27440 da Raffaele/Michelangelo
Risposta da Raffaele/Michelangelo al topic Sulle vitamine e sui minerali.
Solitamente, i valori più elevati di serotonina promuovono il sonno e ci cautelano dai risvegli nel corso della notte.

Nella insonnia, lo aminoacido l-triptofàno, precorritore della serotonina, è usato efficacemente per indurre il sonno e allungarne la durata: infatti, il sonno è conciliato da un’adeguata concentrazione di serotonina, la cui composizione molecolare ha una considerevole percentuale di triptofàno.

Innumerevoli studi concludono che il triptofàno possa rimpiazzare taluni farmaci impiegati per dormire: esso aumenta la frequenza della fase REM, quella cioè dei Rapidi Movimenti Oculari che, succedendosi per qualche minuto nel sonno notturno, conducono a sognare, depurandoci così dalla fatica e dalla tensione e disponendoci ad affrontare il nuovo giorno con buona armonia.

Di contro, le benzodiazepine, usate per offrire un sollievo di breve durata agli stati di ansia o insonnia grave o inabilitante (Valium, Ansiolin, Tranquirit, Noan, ...), ossia tutti i sedativi, deteriorano il sonno naturale sottraendogli le importantissime fasi REM.

Considera poi che, se allo individuo fosse tolta la fase Rem per un periodo di tre mesi, esso incomberebbe in disastrose nevrosi (a es., le scimmie ammattiscono).

Solo una percentuale minima (2%) di triptofàno, assunto con l’alimentazione, può arrivare al S.N.C. ed esplicare la sua utilità.

Con quantitativi dai 3 ai 5 g al giorno si rettificano gli scompigli della fase REM.

Inoltre, sia la vitamina B6 sia l'acido levo-ascorbico sono indispensabili per la conversione del triptofàno in serotonina.

Ampliando il discorso, il deficit del complesso vitaminico B, particolarmente quello della B6 e anche della B5 (acido pantotenico), inducono insonnia.

Nei casi in cui la insonnia sia riconducibile ad ansia e lieve depressione, possono risultare utili 100 mg di B3 e la vitamina B12.

Dunque, tranquillo, per la vitamina C, la quale, soprattutto col magnesio e il potassio, risulta un buon sonnifero.

Le cause della tua insonnia sono da ricercare altrove e probabilmente avrai bisogno della melatonina Zn-Se di Pierpaoli per ristabilire l'equilibrio del sonno e della veglia che hai perduto.

Raffaele
Ultima Modifica 12 Anni 3 Mesi fa da Raffaele/Michelangelo.
I seguenti utenti hanno detto grazie : Lina, Liuc33

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  • Raffaele/Michelangelo
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11 Anni 5 Mesi fa #39192 da Raffaele/Michelangelo
Risposta da Raffaele/Michelangelo al topic Sulle vitamine e sui minerali.
Ringrazio Clara per lo straordinario, unico, raro lavoro fatto sulla vitamina D e per avermi consegnato lo stimolo per questo mio modesto contributo.

Sulla vitamina D

Seconda Parte

Tanto la D3 quanto la D2 sono potenti ormoni e non vitamine, come impropriamente definite, ormoni che "trasmettono notizie" al DNA cellulare, disponendo di 4.500 recettori nelle cellule del sistema immunitario, del quale sono il più importante modulatore.

L'elaborazione della vitamina D si ha allorquando la luce ultravioletta s'irradia sulla cute o sul pelo degli animali (molti animali assorbono la D leccandosi il pelo).

La vitamina D3 da colecalciferolo, 50 volte più attiva della D2 da ergocalciferolo, è una sostanza immunoregolatrice, in grado cioè di operare sul S.I., sulla sua attività, equilibrandolo, se sbilanciato, e correggendo le risposte errate nei confronti di eventuali assalitori infiltratisi dall'esterno.

Pur essendo un potentissimo strumento di difesa, dotato di cellule in grado di fabbricare centinaia di sostanze diverse, estremamente letali per gli eventuali aggressori, talvolta, purtroppo, il S.I. “s'inceppa” a tal punto da non saper riconoscere neppure se stesso e da procurarsi guai veramente seri, ossia tutta una serie di “malattie” che passano sotto il nome di “autoimmuni”.

Bene, in queste nefaste, quanto ingarbugliate situazioni, la D è capace d'infiltrarsi nel meccanismo di trasmissione tra i diversi nostri costituenti, modulando sia l'attività sia l'inattività delle nostre stazioni immunologiche.

Il timo e ogni cellula del nostro organismo (cellule dendritiche dalla sigla APC, ossia Antigen-Presenting Cell, specializzate nella cattura di antigeni, linfociti t, ...) possiedono sulla loro membrana un VDR (recettore per la D), il quale può collegarsi alla 1,25 OH D (forma biologicamente attiva della vitamina D).

Attraverso l'esposizione all'irraggiamento solare, in pantaloncini corti e maglietta a maniche corte,
in soli 15-20 minuti, senza protezione solare, immettiamo alte dosi di vitamina D attiva (10000-20000 UI) nel sangue.

Tuttavia, per le più disparate motivazioni, risulta sempre più ridotto il tempo libero da trascorrere all'aperto, al sole, e ciò, unito al fatto che usiamo sempre più spesso creme schermanti e che con l'invecchiamento la nostra pelle è sempre meno capace di assorbire la vitamina D, fa sì che vi siano sempre più individui in carenza di questa basilare vitamina e, conseguentemente, un numero sempre più crescente di soggetti affètti da malattie autoimmuni.

Tanto il timo (ghiandola del sistema linfatico e più generalmente di quello immunitario, con l'incarico di far raggiungere ai differenti tipi di linfociti il pieno sviluppo, con lo scopo poi di annientare i microrganismi patogeni all'interno delle cellule) quanto il linfocita T (vitale cellula del S.I., che ha origine nel midollo osseo come unità cellulare non differenziata, per essere poi destinata al timo per la sua conversione in linfocita T, preposta all'immunità cellulo-mediata) necessitano di tantissima D, perché se viene loro a mancare, ecco che risulta più arduo che gli stessi linfociti giungano a maturazione, con grave danno per il S.I..

I bambini, frequentemente cagionevoli di malattia, andrebbero sottoposti a un controllo del livello della 25-OH-D e del paratormone.

L'efficienza del linfocita T nell'aggredire l'antigene è riconducibile alle cellule dendritiche APC, specializzate nella cattura antigenica, subito esposta all'azione delle predette cellule "killer" (linfociti T), le quali comprendono di che cosa si tratti e promuovono una reazione immunitaria congeniale contro l'antigene.

Non solo: tra i linfociti T c'è poi una sottopopolazione, T Helper (“aiutanti” che insieme ai linfociti B modulano la fabbricazione degli anticorpi, per cui sono vitali per proteggere il corpo dalle infezioni sia batteriche sia virali ), autentici custodi del S.I., che fabbricano le interleuchine, particolarmente l'interleuchina 12 (IL12).

La D agisce sia sulla formazione delle cellule dendritiche sia sulla trascrizione genica ed è quindi capace di monitorare e modulare tutto il S.I.; controlla, inoltre, la trasformazione dei monociti in macrofagi che fagocitano e annientano le cellule-bersaglio, assicurando così al S.I. un'ottima protezione contro i microrganismi patogeni.

Tanta più D possediamo quanto più efficace sarà la nostra risposta immunitaria alle infezioni e al contempo la capacità dell'organismo d'inibire la suicida reazione autoimmune.

Si consideri che, nel morbo di Crohn, a causa di un polimorfismo, un recettore della vitamina D non riesce a fissare la 1.25OHD, producendo un deficit della stessa, che non risulta tuttavia nel sangue.

In questa circostanza, servirà accrescere, e di parecchio, l'integrazione della D, in modo da garantire una giusta reazione immunologica.

La vitamina D da colecalciferolo, quella ricavata per effetto dell'irraggiamento solare o assimilata a livello enterico, subisce due processi di idrossilazione:

- a livello epatico, mediante l'enzima idrossilasi, la D è permutata in 25-OH-D (calcidiolo);

- a livello renale, tramite la 1a-idrossilasi e la 24-idrossilasi, la 25-OH-D è convertita in 1.25OHD (calcitriolo, forma attiva) oppure in 24.25OHD (forma non attiva).

Per quanto attiene la seconda delle due conversioni, essa si pone in essere per ovviare a eventuali surplus di vitamina D, che promuoverebbero un'esagerata assimilazione di calcio nella filtrazione renale.

Bene: siccome figurano ben 3 differenti polimorfismi enzimatici, s'intuisce chiaramente la necessità di calibrare dosi diverse da soggetto a soggetto per questa vitamina nella sua forma attiva.

La forma attiva della vitamina D, calcitriolo ossia 1.25OHD, e il paratormone, ormone paratiroideo (PTH), espletano tra di loro un'azione avversa: il PTH prende parte al metabolismo del calcio, promuovendone una sua immissione nei fluidi extracellulari, nell'eventualità che vi sia un suo deficit nel flusso ematico e favorisce la sintesi di 1.25OHD nel livello renale, per accrescere l'assimilazione del calcio nel livello sia renale sia enterico.

Di contro, la vitamina D antagonizza la sintesi di PTH per scongiurare che s'instauri un inappropriato processo attraverso il quale i 2 ormoni possano essere fabbricati incessantemente, sfalsando così tutto il metabolismo del calcio.

Soprattutto in caso di malattie autoimmuni ma anche di altre patologie occorre verificare, attraverso un semplice prelievo di sangue, sia il valore della 25-OH-D sia quello del paratormone (PTH), verificando che esso sia stabile sul valore minimo del range di normalità.

Inoltre, sarà utile riscontrare il valore della calciuria (livello del calcio nelle urine), perché, se in eccedenza (ipercalciuria), andrebbe a ostruire la filtrazione renale, con gravi ripercussioni su tutto l'organismo.

L'opposizione limitata nell'assorbimento della vitamina D, per difetto genetico acquisito dalla madre, dal padre o da entrambi i genitori, conduce verso la patologia autoimmune.

Gli affètti da malattia autoimmune necessitano pertanto di megadosi di vitamina D, come per es. nella S.M., per preservare uno stato di “remissione perpetua” della patologia.

Con dosi massicce di vitamina D, i pazienti affètti da S.M. raggiungono un arresto completo e duraturo delle lesioni.

Ovviamente, ogni soggetto, tanto se affètto da patologia autoimmune quanto se sano, ha una soglia a lui ottimale nell'assunzione di megadosi di vitamina D, a seconda cioè della personale resistenza all'assorbimento della vitamina stessa, soglia che conviene garantirsi giorno per giorno quale prevenzione nei confronti di una infinità di rischi, anche piuttosto seri.

Le dosi ottimali di vitamina D da assumere si ottengono, sotto stretto controllo medico, attraverso i rilevamenti, prima del trattamento, sia della 25-OH-D sia del paratormone, si stabilisce una dose di partenza, superiore alla dose di 10000 IU, ritenuta fisiologica, dopodiché si ripetono i rilevamenti bimestralmente (periodo necessario per osservare il rialzo della D nei valori ematici e il suo assestamento), fino a che non si osserva che il paratormone si sia attestato sul valore minimo del range di normalità, il quale segnalerà che la vitamina D è attiva e garantirà i suoi straordinari effetti, quelli che conquistano l'arresto e/o l'eliminazione della patologia.

Ovviamente, il paratormone, inibito dalle dosi sempre maggiori di vitamina D, non deve scendere sotto il valore minimo del normale ma rimanervi incollato, in modo da espletare il massimo effetto immuno-modulatore, senza esporre il soggetto ad alcun pericolo.

Se, infatti, il PTH scendesse sotto la soglia del valore minimo del normale, verrebbe meno il livello di sicurezza: la vitamina D diverrebbe nociva, andando a depletare un gran quantitativo di calcio dalle ossa per riversarlo nel flusso ematico, con inevitabile danno a carico dei reni.

Come dire: il PTH incollato sul valore minimo del range di normalità* ci dà una duplice certezza:

- la massima attività della vitamina D;

- la non tossicità della mega-dose di vitamina D che si sta assumendo.

Inversamente, un valore del paratormone attestato verso la soglia massima del range di normalità evidenzierebbe una carenza significativa di D, la quale condurrebbe alla sottrazione di calcio dal tessuto osseo (piuttosto che dal cibo che passa nel livello enterico, per deficit di D) per garantire la concentrazione del calcio nel circolo sanguigno.

Una volta calibrata la dose ottimale di vitamina D, variabile da soggetto a soggetto, occorre verificare con controlli periodici a lungo termine che i valori siano ancora nella norma, escludendo così il rischio di intossicazione vitaminica con la eventuale riduzione della quantità giornaliera.

Secondo i dati forniti dal dott. Cicero Coimbra, il 95% dei soggetti affètti da S.M. e curati con megadosi di D preservano la patologia in perpetua remissione mentre solamente il 5%, pur avendo un miglioramento, non ottengono la remissione totale per due determinanti elementi:

- un notevole stress emozionale;

- il fumare.

Per escludere eventuali effètti collaterali, all'assunzione di megadosi di D sono da consociare sia un'alimentazione priva di latte e derivati sia una copiosa idratazione.

Tutte le patologie autoimmuni (S.I. contro il proprio corpo) sono prodotte da un tipo di reazione aberrante che passa sotto il nome di TH17.

Secondo quanto sostenuto da Coimbra, la vitamina D è la sola sostanza capace di bloccare questa reazione, senza danneggiare le favorevoli risposte del S.I.

Tutt'altro.

La D promuove e rafforza l'idoneità di risposta del S.I. contro i virus e i batteri.

Nella tubercolosi (trasmissibile per via aerea per mezzo del mycobacterium tubercolosis), nell'HIV (virus trasmissibile sessualmente e sempre più raramente per trasfusioni con emoderivati infetti), nell'epatite C (trasmissibile con l'HCV, epatitis C virus, trasmesso per contatto con sangue infetto: droghe per endovena, trasfusioni infette, ...) occorrono idonee dosi di vitamina D da 10000 U.I./die per contrastare e limitare i danni arrecati dai batteri o dai virus nel livello epatico.

Anche il morbo di Crohn come pure le patologie infiammatorie enteriche si possono tenere sotto sorveglianza supplementando dosi ottimali di vitamina D.

Questa straordinaria vitamina non mira al risanamento di una malattia piuttosto che un'altra ma esplica la sua benevola azione sul S.I., il quale si arricchisce enormemente di un certo tipo di cellule, i linfociti T regolatori, straordinari modulatori di tutto il sistema immunitario.

Simultaneamente, la reazione TH17, irregolare, anomala, non naturale, si arresta per effetto della D.

Il blocco delle patologie autoimmuni si deve a due determinanti elementi:

- il blocco della reazione TH17 (aberrante, non fisiologica, anormale);

- il forte incremento dei linfociti T, modulatori del S.I..

Naturalmente, le alterazioni oltre l'anno dall'inizio del trattamento non sono risanate ma arrestate mentre si attua una guarigione completa per quelle di nuova formazione ossia entro l'anno dall'inizio delle assunzioni di megadosi di vitamina D.

Sono tre gli elementi costituivi che dispongono alla patologia autoimmune:

- l'ereditarietà materna o paterna o di entrambi i genitori;

- la ridotta resistenza all'efficacia organica della D o a un suo deficit per insufficiente esposizione al sole;

- lo stress emozionale.

Lo stress emozionale (scomparsa prematura di un figlio, rottura del matrimonio tra genitori o col proprio partner, distacchi affettivi in genere, ...) innesca la patologia autoimmune.

Nel novero delle malattie autoimmuni, oltre all'artrite reumatoide, all'arterite di Horton, alla spondilo artrite, alle sindromi di Sjogren e di Behçet, alla sclerosi multipla, al diabete mellìto insulino dipendente (tipo 1), al morbo di Crohn, alle vascoliti, al morbo di Addison, alla psoriasi, al lupus eritematoso sistemico, alla sclerodermia, alla tiroide di Hashimoto, al pemfigoide bolloso, alla dermatomiosite, all'uveite facogenica, alla polimiosite, alle altre connettiviti, alla sindrome di anticorpi antifosfolipidi può essere ascritta anche la recidività degli aborti nel primo mese di gestazione, dato che il S.I. si oppone alla installazione embrionale per carenza di vitamina D e per una ridotta opposizione ai contraccolpi organici immunomodulatori della vitamina stessa.

La preeclampsia, un tipico stato di elevazione dei valori pressori, inerente alle donne nel III° mese di gestazione, che può associarsi a gonfiore (edema) e fastidi renali (troppe proteine nelle urine), la quale, se non trattata (5% circa di tutte le gravidanze), sfocia nell’eclampsia, con attacchi convulsivi, che può rappresentare un serio rischio per l’incolumità sia della madre sia del nascituro, al punto che sia conveniente per l'ostetrico di turno praticare il cesareo anticipando il parto, può essere evitata con dosi fisiologiche da 10000 IU/die.

Non solo: le gravide che non prendono sole a sufficienza hanno valori della vitamina D fortemente declassati, al punto da mettere alla luce figli autistici, particolarmente poi se la carenza di questa vitamina si protrae anche nei primi anni di vita del bambino.
Anche gli stati ansiosi e depressivi, il diabete di tipo 2 sono promossi da un deficit di vitamina D.

Dato che la terapia con megadosi di vitamina D accresce il numero dei linfociti immunoregolatori, tanto maggiori saranno le sue dosi quanto superiore risulterà l'azione riducente dell'attività autoimmune.

E' pertanto esatto concludere che sia il deficit di vitamina D la causa delle patologie autoimmuni e non il contrario.

In tutte le malattie autoimmuni, il deficit di vitamina D è una costante.

Le supplementazioni di D è preferibile farle giornalmente e non con boli, per evitare sbalzi vitaminici nella concentrazione ematica e una dose da 10000 UI/die risulta fisiologica, dato che è la quantità che la nostra pelle potrebbe fabbricare in 15-20 minuti di esposizione all'irraggiamento solare, senza alcuna protezione solare, in maglietta a maniche corte e calzoncini, se si è giovani e di carnagione chiara.

Ribadisco che questa quantità risulta priva di rischio (secondo le affermazioni del dottor Coimbra, sua figlia prende da più di 6 anni 10000 UI/die di vitamina D, dose talmente sicura da essere venduta negli USA senza alcuna prescrizione medica), per cui non si ha bisogno né di una dieta né di una idratazione specifica né di una supplementazione, che comunque, personale parere, sono prudentemente da associare a puro scopo cautelativo.

Si può addirittura supporre che la vitamina D eserciti una benevola influenza sulla flora enterica, riducendo i microrganismi patogeni.

Diversamente, una carenza di questa vitamina potrebbe modificare il prezioso equilibrio della flora intestinale, in virtù del fatto che ogni cellula reagisce naturalmente alla efficacia della D.

Occorre solamente, quando si assumono mega-dosi di D, scongiurare, con controlli bimestrali, il rischio che si depositi troppo calcio nel flusso ematico ossia calibrare perfettamente la super-quantità vitaminica.

Molte patologie sono riconducibili alle anomalie genetiche dei recettori della D (alterazione di una delle due idrossilasi che consentono la trasformazione della 25-OH-D prima in calcidiolo e poi in calcitriolo oppure una mutazione del ricettore della D che si trova nelle cellule o ancora una variazione ereditaria della proteina che imprigiona la D, veicolandola nel circolo sanguigno) per via della modificazione dell'enzima preposto all'attivazione di questa vitamina.

Insomma, possono essere molteplici le cause (anche assommate tra di loro) che conducono a una maggiore richiesta di vitamina D da parte dell'organismo, finanche un peso corporeo eccessivo in relazione alla propria statura o l'età (gli anziani possiedono un minor numero di recettori della D nel livello cellulare).

Per questo, il valore del PTH risulta determinante: incollato sul range minimo del valore di normalità esso ci assicura che la D sia attiva, ottimale, pur non conoscendo le cause che rendono resistente il soggetto a questa vitamina.

La produzione di D attraverso la cute o il cibo e la supplementazione di essa sono tutte forme di D non attiva ossia colecalciferolo.

Il colecalciferolo abbisogna di due processi di idrossilasi per essere trasformato prima in calcidiolo e successivamente in calcitriolo o 1,25 diidrossi D3, ch'è la forma attiva di vitamina D.

Queste idrossilasi sono tuttavia subordinate (indirettamente) alla presenza della riboflavina (vitamina B2 ).

Infatti, durante l'idrossilazione della D, gli enzimi subiscono un processo di ossidazione.

Per idrossilare un'altra molecola, occorre ridurla (processo di riduzione) e ciò necessita della vitamina B2.

Si stima, però, che addirittura fino a un 15% della gente del pianeta Terra presenti dei problemi relativamente all'assimilazione di B2 ossia abbia una disfunzione ereditaria, percentuale che in Italia tocca addirittura punte del 50% a causa della malaria contratta in certe zone della Penisola (Novara, Vercelli; Pavia, Mantova, Cremona; Venezie Euganea e Giulia; zone dell'Emilia, Maremma toscana, coste laziali, Agro Pontino, coste della Campania e della Calabria, fino allo stretto di Messina, golfo di Squillace e di Taranto, zone di Lecce, di Brindisi, di Foggia, parte meridionale della Sardegna, coste e interno della Sicilia).

Infatti, coloro che resistevano alla malaria avevano il difetto genetico del non assorbimento della B2, per cui nel crescere tramandavano la loro alterazione genetica.

E ciò esita nella resistenza all'assorbimento della vitamina D, dato che le idrossilasi in assenza del necessario quantitativo di B2 sono pochissimo attive.

In quanto alle alterazioni del fosforo, che conviene comunque monitorare periodicamente, le evidenze dei pazienti in cura presso Coimbra con mega-dosi di D3 non mostrano alterazioni di questo non-metallo del gruppo dell'azoto.

Nei soggetti con insufficienza renale, occorre essere prudenti nella somministrazione di megadosi di vitamina D per scongiurare il rischio di un'assimilazione massiccia di calcio sia dall'endoscheletro sia per via enterica, che poi i reni non sarebbero in grado di eliminare (in questo caso, è buona regola essere monitorati da medici Ortomolecolari, come, per es., lo stesso Coimbra o dal personale medico da lui stesso formato, quali per es., i nostri due valorosi medici italiani Paolo Giordo e Augusto Pellegrini, che in Brasile hanno appreso il protocollo del dottor Coimbra).

Nella patologia del lupus eritematoso sistemico è necessario bloccare la malattia, prima che i reni vengano “assaliti” dal S.I. stesso con grave danno a loro carico.

Tuttavia, nel caso in cui le lesioni del livello renale siano già esistenti sarà allora conveniente, seguiti da un medico Ortomolecolare, cominciare con supplementi di vitamina D inferiori, in modo da verificare che le dosi assunte non abbiano deleterie ripercussioni sul soggetto da risanare: occorre, infatti, esser certi che i reni siano in grado di eliminare il calcio in esubero nel flusso ematico.

I soggetti affètti da carenza di G6PD (glucosio-6-fosfato-deidrogenasi), alla pari di quelli affètti da deficit di vitamina B2, sono anche loro resistenti alla malaria endemica e non hanno alcuna inconciliabilità con assunzioni di megadosi di vitamina D.

Relativamente ai disordini del movimento, quali la distonia (contratture muscolari non volontarie, che obbligano certe zone dell'organismo, quali arti superiori e inferiori, busto, collo, faccia, palpebre, corde vocali, a mantenere atteggiamenti posturali o dinamici difettosi, anche frequentemente dolorosi), non vi sono al momento ricerche e osservazioni sulle possibili connessioni tra la distonia e l'assunzione di megadosi di vitamina D, ma ciò non toglie che si possano, in tal senso, sortire risultati favorevoli.

In quanto all'adrenoleucodistrofia (ADN), patologia metabolica, che in alcuni casi si associa a una degradazione della guaina mielinica, conducente a una progressiva disabilità, essa è priva di qualsiasi protocollo.

Tuttavia, i pazienti affètti da patologia neuronale trovano beneficio dalla somministrazione di megadosi di vitamina D, dato che se versassero in carenza di questa vitamina avrebbero un duplice problema:

- metabolico (genetico, ereditario);

- carenza di vitamina D, capace di far progredire la patologia più celermente.

In sintesi, coloro che presentano disturbi sia di tipo neurologico sia di tipo metabolico, anche se non specificamente rapportabili al deficit di D, faranno bene (più degli altri) a tenere sotto controllo la D, normalizzandola con assunzioni da 10000 IU/die.

Anche in relazione all'assunzione di anticoagulanti (warfarin), se ci si attiene al protocollo (dieta-assunzione liquidi), sia in associazione a dose fisiologica (10000 IU) sia a megadosi, non si rileva alcun problema dalle evidenze finora osservate.

I pazienti affètti da ipertiroidismo, i quali non si attengano a specifica terapia (ossia non assumano quei farmaci o seguano quei determinati trattamenti che tengano bilanciati i valori tiroidei), stiano molto attenti alle intossicazioni da vitamina D, divenendo a essa molto sensibili (l'ormone tiroideo promuove l'attivazione della vitamina D nel depletare il calcio dalle ossa).

Particolare cautela, dunque, in presenza d'ipertiroidismo non curato, non tenuto sotto sorveglianza, per via proprio, in tale circostanza, di una più marcata sensibilità alla vitamina D.

Nel caso, infine, si stiano prendendo antibiotici (molto deleteri per il livello renale) occorrerà portare l'idratazione corporea da 2,5 l a 3,5 l al giorno, in modo da fluidificare il transito del medicinale e ridurre così la nociva reazione a carico dei reni.

Chi fa uso di 10000 UI/die di vitamina D non fa altro che prendere la stessa quantità che assumerebbe in 20 minuti circa di esposizione all'irraggiamento solare, vestito con maglietta a maniche corte e calzoncini, per cui tale dose non può considerarsi dannosa e tale da richiedere accertamenti laboratoriali o supervisioni mediche, eccezion fatta per i bambini che sono in sottopeso, la cui dose di 10000 IU/die potrebbe rilevarsi esagerata.

Note

* Il range di variazione del paratormone può cambiare a seconda del laboratorio di analisi:

4-58 pg/ml (in questo caso il PTH deve stare tra 4 e 10);
12-65 pg/ml (in questo caso deve stare tra 12 e 20).

- Mai stare sotto il range del valore minimo di normalità, altrimenti la vitamina D diviene tossica.

Vitamina D ricavata dal Licopene:
- VIRIDIAN D3 2000 IU 60 capsule (25 € dottore, 12 € ordine on-line?).
- Vegan D3 capsule da 5000 IU

- I parametri per la D sostengono quanto segue:

< 10 ng/ml la vitamina D = carenza;
< 20 ng/ml = insufficienza;
> 30 ng/ml e fino a 100 ng/ml = normalità.

- La soglia di tossicità di 100 ng/ml, secondo i principali competenti di risonanza mondiale, non è corretta e consigliano valori di vitamina D molto più alti e, addirittura in situazioni specifiche di patologie autoimmuni, promuovono i valori della 25-OH-D tranquillamente oltre i 160 ng/ml, senza alcuna tossicità per il paziente.

- Quando si assumono mega-dosi di vitamina D occorre essere monitorati da un medico competente.

- Come già osservato, il colecalciferolo è impropriamente definito vitamina D (recupero e trattamento del rachitismo nei bambini, attraverso una maggiore assimilazione del calcio alimentare, utile per l'apparato scheletrico) ma è sia un ormone sia una sostanza indispensabile per l'attivazione di duecentoventinove geni all'interno delle nostre cellule e tenere forte il nostro S.I.

- I soggetti che hanno una certa tendenza a contrarre patologie autoimmuni necessitano di quantità elevate di D3 da colecalciferolo, proprio per disinnescarle e azzerare l'erroneo convincimento del S.I. che certe zone somatiche siano da ritenersi pericolose, alla stregua di certi patogeni.

- Dato che gli alimenti apportano insufficienti quantità di vitamina D, rimane l'irraggiamento solare la fonte maggiore di approvvigionamento per questa “vitamina”.

Tuttavia, l'uso sempre maggiore di protezioni solari, peraltro necessarie, la vita sempre più ritirata per via del lavoro e degli impegni verso la famiglia, hanno esitato nell'insorgenza di sempre maggiori patologie, particolarmente quelle autoimmuni, del cardio-vascolare-circolatorio, il diabete sia di tipo 1 sia di tipo 2, la non fertilità, gli aborti spontanei, la depressione, ...
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  • Raffaele/Michelangelo
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11 Anni 3 Mesi fa #40449 da Raffaele/Michelangelo
Risposta da Raffaele/Michelangelo al topic Sulle vitamine e sui minerali.
Sullo zinco

Le carenze di questo oligoelemento incidono pesantemente sullo stato di salute, soprattutto per gli individui che vivono in località in via di crescita e nei paesi medio-orientali, nei quali un'elevata assunzione di acido fitico impoverisce lo zinco alimentare, promuovendo il “nanismo nutrizionale dell'adolescente”.

Non solo: esso è basilare, oltre che per l'accrescimento corporeo e per la sua evoluzione, anche per rafforzare le stazioni immunitarie, i processi neurologici e quelli produttivi.

È noto il ruolo dello zinco sia a livello enzimatico (oltre un centinaio di enzimi se ne servono per catalizzare i processi chimici indispensabili) sia a livello strutturale (una struttura a forma di “dita di zinco”, zinc finger motif, rende inalterabile la struttura proteica nonché quella delle membrane cellulari).

La deplezione, infatti, di questo minerale dalle membrane cellulari le espone all'ossidazione, declassandone l'efficienza.

Le zinc finger modulano l'espressione genica ossia si associano al DNA orientando la trascrizione di determinati geni.

Anche la liberazione di certi ormoni e la stimolazione nervosa dipendono dallo zinco.

Una ventina di anni fa, alcune osservazioni conclusero sull'importanza di questo minerale nella morte cellulare programmata (apoptosi), meccanismo modulatorio del livello cellulare che incide sia sullo sviluppo sia su certe patologie croniche.
Truong-Tran AQ Ho LH, Chai F, Zalewski PD. Cellular zinc Fluxes and the regulation of apoptosis/genedirected cell death. J Nutr 2000; 130 (55 supl):1459S-1466S.

Rame, ferro, calcio e acido folico interagiscono con lo zinco.

In dettaglio:

- alte dosi, ossia 50 mg al giorno di zinco, o anche di più, protratte per alcune settimane, riducono l'assorbimento del rame, perché lo zinco promuove la sintesi delle metallotioneine, proteine che imprigionano il rame nelle cellule del livello enterico e non ne consentono l'assimilazione.

Inversamente, dosi elevate di rame non interferiscono con l'assorbimento dello zinco che, assunto in adeguate quantità, non inficia l'assimilazione del rame;

- dosi integrative, ma non dietetiche, di ferro essenziale tra 38 e 65 mg al giorno possono declassare l'assimilazione dello zinco, fattore questo da non trascurare sia nel periodo di gestazione sia in quello di allattamento, durante i quali sono fondamentali le supplementazioni di zinco, specialmente se le integrazioni di ferro essenziale siano al di sopra dei 60 mg al giorno;

- elevate quantità di calcio alimentare di circa 900 mg/die da latte o da fosfato di calcio, nelle donne in menopausa, sbilanciano lo zinco e ne declassano l'assimilazione; l'assunzione di calcio nelle adolescenti di 1 g/die sotto forma di calcio citrato non altera e non sbilancia l'assimilazione dello zinco; il calcio associato all'acido fitico diminuisce l'assimilazione dello zinco.

Nei deficit di zinco piuttosto importanti si notano una riduzione, se non addirittura un arresto, dello sviluppo e dell'accrescimento corporeo, anche sotto l'aspetto della maturazione sessuale, disfunzioni comportamentali, riduzione del senso di fame e del gusto, eruzioni cutanee, diarrea permanente grave, declassamento del S.I., rallentamento nel risanamento delle ferite, rigonfiamento e appannamento delle cornee, cecità notturna.

Questo stato patologico che passa sotto il nome di acrodermatite enteropatica (sindrome di Brandt; sindrome di Dambolt-Cross; deficit congenito di zinco) portava, prima che venisse individuata, al decesso durante la fanciullezza.

Una supplementazione per bocca di zinco conduce al completo azzeramento dei sintomi.

Ovviamente, è poco probabile che un deficit alimentare di zinco produca una grave carenza di zinco, senza che il soggetto abbia un disturbo genetico, pur tuttavia una cattiva assimilazione di questo minerale o un protratto stato di promozione della perdita di zinco, quale, per es., una prolungata diarrea o certe importanti scottature, possono esitare in un serio deficit di zinco.

Particolarmente nei Paesi più arretrati socialmente ed economicamente, un deficit di zinco, pur se minimo, esita in una diminuzione dell'accrescimento psico-fisico e cerebrale, oltre che rendere i bambini più vulnerabili alle infezioni.

I soggetti più esposti al pericolo di un deficit di zinco sono per lo più i bambini, compresi quelli appena nati, le gestanti, le donne in giovane età che allattano, gli alimentati per endovena, i denutriti, gli affètti da problemi di cattiva assimilazione o con patologia infiammatoria enterica, inclusi il morbo di Crohn e l'infiammazione intestinale del retto e del colon, gli affètti da epatopatia alcolica o da malattia genetica ematica (anemia falciforme), le persone oltre i sessantacinque anni di età.

Coloro che hanno una dieta di tipo vegetariano necessitano di un buon 50% in più di zinco alimentare, per via che l'acido fitico contenuto nei cibi (cereali, legumi) declassa l'assimilazione di questo minerale.

Volendo approfondire, anche dei modesti deficit di zinco generano importanti rallentamenti dello sviluppo lineare e del peso.

Molteplici sperimentazioni sulla integrazione di zinco negli infanti mostrano una evidente promozione del loro sviluppo, così anche per come ci mostrano soprattutto degli studi condotti in Paesi socialmente ed economicamente arretrati.

Pare, infatti, che la fruibilità di questo minerale condizioni i processi di comunicazione della cellula, i quali modulano la risposta all'ormone dello sviluppo e al suo metabolita IGF-1.

Le madri in gestazione con diete carenti di zinco danno alla luce bambini meno attenti e meno dinamici dal punto di vista motorio.

Anche l'efficienza del S.I. è in correlazione con il deficit dello zinco: i soggetti che ne sono carenti palesano una superiore sensibilizzazione verso le infezioni.

Sono milioni i bambini nei paesi economicamente e socialmente arretrati che muoiono per stati diarroici infettivi persistenti, esitando ciò in un declassamento dello zinco e nella inadeguata alimentazione.

Non solo: i livelli più bassi dello zinco promuovono le deleterie conseguenze create dai patogeni artefici della diarrea, quali l'escherichia coli.

La somministrazione di zinco e la concomitante associazione delle nuove formulazioni (a base di polimeri) per le soluzioni di reidratazione orale (SRO), che agevolano il rimpiazzo dei liquidi persi, offrono benefìci nella prevenzione di un'ulteriore reidratazione, a tutto vantaggio di una minore mortalità.

Un'integrazione di zinco nei bambini è in grado di abbassare la frequenza di bronchiti, polmoniti, broncopolmoniti, ... ma anche d'infezioni da plasmodi, quale la malaria.

Il declassamento del S.I., soprattutto nei soggetti che abbiano superato il sessantacinquesimo anno di età, è tamponato, ripristinato, migliorato (potenziamento numerico dei linfociti T CD4 helper che fungono da “aiutanti” sia nella risposta immunitaria adattativa sia in quella innata e degli CD8 citotossici, che espletano la loro funzione soprattutto annientando le cellule infettate con il rilascio di enzimi e senza danneggiare le cellule viciniori) con un'integrazione di 25 mg/die di zinco per un trimestre.

Anche per le gestanti vi sarebbero delle evidenze per le quali i 4/5 delle future mamme abbiano una scarsa assunzione di zinco, la quale esiterebbe nella nascita di bambini con un minore peso o in parti anticipati o addirittura in complicanze nel momento del travaglio e poi del parto.

In merito, occorreranno ulteriori approfondimenti.

L'assunzione di compresse di zinco, entro un giorno dalla comparsa dei sintomi da raffreddamento, protratta ogni tre ore durante il giorno e fino a prima di coricarsi, promuove la ripresa della guarigione, riducendo il periodo d'incubazione del raffreddore comune.

Ovviamente, ciò conduce al superamento della quantità massima di zinco, che è di 40 mg/die, per cui si possono manifestare disturbi gastroenterici e irritazione della cavità buccale.

Inoltre, la protratta assunzione di zinco (compresse di acetato di zinco per un mese e mezzo-due) può esitare in un deficit di rame.

Dunque, se non si ottiene un alleviamento dei sintomi del raffreddore nell'arco massimo di 5 gg., meglio sospendere l'assunzione.

Si sa che lo zinco sia presente in dosi massicce nella porzione di retina colpita da degenerazione maculare (ADM), che il suo valore retinico declassi col trascorrere degli anni, soprattutto dopo il sessantacinquesimo anno di età, come del resto l'azione di taluni enzimi subordinati allo zinco, fattori questi che predispongono l'uomo verso la patologia degenerativa della macula, preposta alla visione centrale dell'occhio.

Vi sono evidenze che mostrano che 200 mg/die di solfato di zinco, equivalenti a 81 mg di zinco essenziale, per un paio di anni, siano dosi in grado di contenere il calo della vista in soggetti con ADM.

Non si è purtroppo avuta la stessa riconferma a un riscontro successivo su pazienti con una forma più evoluta di ADM a un solo occhio.

Ulteriori studi mostrano comunque che un'integrazione giornaliera antiossidante, consistente in ½ g di acido ascorbico, 15 mg di betacarotene, 400 IU di vitamina E, unitamente a elevate quantità di zinco (80 mg) e a 2 mg di rame, possa declassare, anche considerevolmente, il pericolo di degenerazione maculare avanzata in soggetti affètti da contenuti ma anche intensi sintomi patologici di degenerazione maculare a un occhio.

Nei soggetti affètti da diabete mellìto di tipo 1, nei quali si riscontra un deficit di questo minerale, se si somministrano loro 50 mg/die di zinco si promuove sì il rafforzamento del S.I. ma al contempo s'incide sfavorevolmente sulla gestione del glucosio ematico.

Uno studio, relativo ai diabetici non insulino dipendenti (di tipo 2), che prevedeva la somministrazione di 30 mg/die di zinco per un semestre, evidenziò il declassamento dello stress ossidativo (TBARS plasmatici) senza tuttavia promuovere incisivamente la sorveglianza del glucosio ematico.

Dato che una dose ottimale di zinco sia indispensabile per un efficiente S.I., pure i soggetti colpiti dal virus da immunodeficienza umano risentono molto del deficit di zinco.

Le carenze di questo minerale nel siero sono in relazione a uno stadio superiore della malattia e a un rialzo della mortalità dei soggetti con HIV.
Lai H, Lai S, Shor-Posner G, Ma F, Trapido E, Baum MK. Plasma zinc, copper: zinc ratio, and survival in a cohort of HIV-1-infected homosexual men. J Acquir Immune Defic Syndr 2001;27(1):56-62.

Wellinghausen N, Kern WV, Jochle W, Kern P. Zinc serum level in human immnodeficiency virus-infected patients in relation to immunological status. Biol Trace Elem Res 2000;73(2): 139-149.

Una ricerca effettuata su soggetti con sindrome da immunodeficienza acquisita, ai quali fu supplementata una dose di 45 mg/die di zinco per 30 gg., evidenziò una più bassa rilevanza d'infezioni.

Va detto, peraltro, che anche l'HIV abbisogni di zinco e che una sua sovrabbondante supplementazione favorisca l'avanzamento dell'infezione stessa.

La biodisponibilità dietetica dello zinco è piuttosto significativa sia nella carne di manzo, sia nei crostacei e nei prodotti ittici in genere, sia nelle uova, in quanto detti alimenti denotano carenza o mancanza di sostanze in grado di bloccare l'assimilazione dello zinco ma anche la disponibilità sinergica di certi aminoacidi quali, per es., la metionina e la cisteina.

Dall'altro lato, lo zinco presente sia nei cereali sia nelle proteine verdi presenta un minore assorbimento, dovuto alla discreta presenza in essi di fitati.

Il livello massimo tollerabile di assunzione (UL) per lo zinco è di 40 mg/die dai 19 anni in poi.

Si consideri che 85 g di carne apportino le seguenti quantità di zinco:

- manzo cotto: 5,8 mg
- maiale cotto: 2,2 mg
- pollo cotto: 2,4 mg
- tacchino cotto: 3,5 mg

Relativamente al pesce:

- 85 g di granchio cotto: 4,6 mg
- ostriche medie, cotte: 21,7 mg

Per i legumi:

- mezza tazza di ceci: 1,3 mg
- mezza tazza di fagioli: 1,8 mg

Per il nocciolame:

- 28,3 g di anacardi: 1,6 mg
- 28,3 g di arachidi: 0,9 mg
- 28,3 g di mandorle: 1,0 mg
- 100 g di semi di zucca tostati: 10 mg

Per il latte e i derivati:

- una tazza di latte: 1,0 mg
- una tazza di yogurt alla frutta: 1,8 mg
- 85 g di formaggio: 0,9 mg

In quanto ai supplementi:

- zinco acetato: 30% di zinco essenziale
- zinco aspartato: 20% di zinco essenziale
- zinco gluconato: 14% di zinco essenziale
- zinco orotato: 17,4% di zinco essenziale
- zinco ossido: 20% di zinco essenziale
- zinco picolinato: 35% di zinco essenziale
- zinco solfato: 23% di zinco essenziale

La sintomatologia riferibile a una tossicità acuta da zinco comprende dolori all'addome, voltastomaco, dissenteria.

Assunzioni di supplementi di zinco tra 50 e 150 mg/die producono sofferenza gastroenterica, mentre dosi più massicce tra 225 e 450 mg/die favoriscono di solito il vomito.

Anche le inspirazioni dei vapori di ossido di zinco esitano in una profusa sudorazione, spossatezza, respiro rapido, febbre, tutti sintomi che insorgono dopo otto ore dall'intossicazione e si protraggono per una mezza o un'intera giornata dal momento in cui non si è più esposti ai vapori dell'ossido di zinco.

Se si protrae a lungo un eccesso di zinco, si va in carenza di rame.

Vi sono evidenze che mostrano che dosi di 60 mg/die di zinco, dei quali 1/6 dietetici e i restanti 50 mg da supplemento, producano deficit di rame.

Allo scopo di prevenire il deficit di rame, i soggetti dai 19 anni in poi faranno bene a non superare assunzioni di 40 mg/die, includendo in esse il cumulo tra lo zinco dietetico e quello supplementare.

INTERAZIONI FARMACO-ZINCO

- antibiotico-zinco: la contemporanea assunzione del minerale con certi antibiotici (tetracicline) può declassare l'assimilazione e l'effetto dell'antibiotico, per cui essi vanno assunti distanziati tra di loro di almeno un paio di ore;

- anticonvulsivanti-zinco: soprattutto l'acido valpoico può declassare lo zinco;

- bifosfonati-zinco: l'assunzione contemporanea può ridurre l'assimilazione sia dello zinco sia dei bifosfonati;

- diuretici-zinco: i diuretici promuovono l'escrezione delle zinco nelle urine;

- dietilenetriamina o penicillamina-zinco: la DTPA e la penicillamina provocano grave deficit di zinco;

- etambutolo-zinco: l'etambutolo, farmaco per la TBC, promuove la perdita di zinco.
I seguenti utenti hanno detto grazie : alpaluda

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11 Anni 3 Mesi fa #40450 da alex86
Risposta da alex86 al topic Sulle vitamine e sui minerali.
questo come lo vedete? rapporto qualia' prezzo mi pare buono

vegamega.it/multivitaminico-completo-vegvit


"Not all cakes comes with hole"

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11 Anni 3 Mesi fa #40453 da miguel
Risposta da miguel al topic Sulle vitamine e sui minerali.
Ciao Broli, provo a risponderti però prendi le mie parole con le pinze perché ho pochissima esperienza.

A mio modo di vedere l integratore che proponi é buono per il fatto che i minerali sono chelati ma le quantità di tutte le sostanze sono al livello della rda. Io credo che sia inutile spendere soldi per un integratore che rispetta la rda in quanto puoi tranquillamente sostituirlo con l alimentazione. Il discorso cambia se l integratore moltiplica la rda. ..in quanto con il cibo non potrai mai arrivarci. .

Quindi in conclusione o compri un integratore che supera la rda o ti tieni i soldi in tasca anche perché non vale la pena rischiare di assumere qualche eccipiente tossico. . Basta raggiungere alla alimentazione un Po di frutta e verdura fresca e raggiungi la rda
I seguenti utenti hanno detto grazie : Raffaele/Michelangelo

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