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OFFERTE DI PRODOTTI VIA MAIL O MP
In un forum che tratta di salute e malattie, può succedere che improvvisamente qualcuno offra la soluzione tanto agognata, via mail o via messaggio privato.
DIFFIDATE sempre, controllate, ricercate e chiedete. Chiedete ad altri foristi se per caso conoscono questo prodotto, chiedete se esistono dei test e delle testimonianze attendibili.
Domanda Il mistero del sistema immunitario.
- miciofelix
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(estratto)
"Da molto tempo è nato un enorme interesse sull’uso di estratti naturali per la prevenzione e cura delle malattie incluso il cancro. Molti componenti della dieta, infatti, contengono “farmaci naturali” ossia molecole (principi attivi) che hanno effetti benefici sulla nostra salute.
Per farmaci naturali si intendono una serie di medicamenti provenienti dagli alimenti di originale animale o vegetale (fitoterapici) e che aiutano il corpo a mantenersi in salute o a curare malanni e disturbi.
In ambito medico queste sostanze si sono dimostrate degli ottimi alleati per diversi scopi:
contrastare la stanchezza
rimettersi in sesto dopo una malattia
stimolare il sistema immunitario
far passare nausea, cattiva digestione, mal di stomaco, gastrite
combattere infezioni
riportare negli intervalli di normalità i risultati delle analisi del sangue
trattare tosse, mal di gola, raffreddore e influenza
ridurre arrossamento della pelle, irritazioni cutanee e dermatiti
ritardare i processi di invecchiamento
Oltre che a scopo terapeutico queste sostanze sono di estrema utilità anche a scopo preventivo.
In ambito oncologico si sono dimostrati un ottimo ausilio:
per ridurre gli effetti collaterali delle terapie antiblastiche
per lavorare in sinergia con la chemioterapia e radioterapia contro il tumore
Le sostanze responsabili di tutti questi effetti sulla salute vengono estratte dalla pianta o animale di origine e si trovano in commercio sotto forma di integratori alimentari che a loro volta hanno diverse formulazioni: capsule, compresse, liquidi o polveri.
Molto spesso si ritiene che trattandosi di farmaci naturali essi siano completamente esenti da rischio per la salute. Questo non è vero, infatti sono molte le sostanze che se assunte in dosi sbagliate possono dare degli effetti collaterali o addirittura andare ad interferire con farmaci tradizionali (compresi i chemioterapici), aumentandone o riducendone l’effetto farmacologico.
Nella nostra pratica clinica vengono usati in protocollo i seguenti presidi:
Beta-carotene e vitamina A
Boswellia serrata
Bromelina
Curcumina
Epigallocatechina gallato
Inositolo
Aldeidi (mono o di) oIridodiali
Lattoferrina
Melatonina
Artemisinina
Dhea
Squalene (o triterpeni)
Vit. C, D, E, PP
Vischio
Estratto di papaya fermentato
Resveratrolo
Omega-3
N.acetil cisteina
Sulforafano
Polidatina
Quercitina e Bioflavonoidi
Ginseng (Panax) ed Eleuterococco
Calcio orotato
Estratti-timici"
...........................................
(i prodotti che ho sottolineato alla fine li ho evidenziati perchè rientrano fra le sostanze che assumo
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- miciofelix
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"Rafforza il sistema immunitario, previene le malattie, combatte la depressione e attiva il cervello. Non lo dice qualche guru New Age, ma una ricerca dell'università di San Francisco sul cromosoma
Forse non ci salverà l'anima, ma promette di allungarci la vita e modificare i geni responsabili di molte malattie. La new age non c'entra. A essere sotto esame oggi sono i benefici molto terreni che si possono ottenere con l'antica pratica della meditazione. Lo dimostra, innanzitutto, uno studio realizzato dall'Università di San Francisco. Che mette d'accordo scienza e tradizione, visto che può contare sull'endorsement del Dalai Lama e di Elisabeth Blackburn, premio Nobel per la medicina nel 2009 per i suoi studi sui telomeri, i cappucci di materiale genetico posti in cima ai cromosomi la cui lunghezza è collegata all'invecchiamento.
Ed è proprio sui telomeri che agisce la meditazione: i ricercatori hanno ingaggiato un maestro e gli hanno chiesto di insegnare la pratica a dei volontari; il protocollo prevedeva due sessioni di gruppo e sei ore di meditazione individuale al giorno per tre mesi. Alla fine, coloro che avevano seguito le indicazioni del maestro avevano un livello di telomerasi (l'enzima che ricostruisce i telomeri quando questi si accorciano) del 30 per cento superiore a quello misurato in 30 volontari sani e simili per età, sesso e condizioni di salute.
Come ricordano gli autori su "Psychoneuroendocrinology", la misurazione della telomerasi è un indice certo e assai preciso, e lo studio mostra che l'antica pratica orientale rallenta di fatto il processo di invecchiamento. E lo fa agendo sul cervello dove induce reazioni capaci di aiutare a gestire lo stress e a capitalizzare le sensazioni di benessere. Tanto che alcuni ricercatori sostengono che la meditazione attivi una naturale tendenza del nostro organismo al rilassamento, insomma l'esatto opposto della classica reazione alla base del meccanismo dello stress, che, invece, accorcia la vita.
Una ulteriore conferma arriva da uno studio realizzato in collaborazione dal Massachusetts General Hospital e dal centro di genomica del Beth Israel Deaconess Medical Center, che mostra come la meditazione modifichi l'attività di geni collegati con l'infiammazione, la morte cellulare e il controllo dei radicali liberi responsabili di molti danni al Dna. E quindi, ancora una volta a rallentare l'invecchiamento, e a farlo con una rapidità insospettabile per una pratica così "soft": due mesi di pratica bastano a modificare circa 1.500 geni. "Abbiamo visto che agire sull'attività della mente può alterare il modo in cui il nostro organismo attiva istruzioni genetiche fondamentali", spiega Herbert Benson, uno dei responsabili della ricerca.
Neuroni di ricambio
Mentre genetisti e biologi molecolari indagano come è possibile che la meditazione allunghi la vita, molte altre conoscenze si accumulano su come, d'altro canto, possa modificare la struttura del nostro cervello. "Abbiamo visto che diverse pratiche di meditazione attivano aree diverse nel cervello", spiega Antonino Raffone del dipartimento di Psicologia dell'Università di Roma La Sapienza. Lo conferma uno studio da poco pubblicato su "Brain Research Bulletin" e nato da una collaborazione tra Raffone e Antonietta Manna, ricercatrice all'Itab di Chieti. Studi successivi, di cui sono già disponibili i primi risultati, confermano gli effetti della meditazione sulla plasticità del cervello. "Sappiamo che poche settimane di meditazione bastano ad ottenere cambiamenti importanti", spiega Raffone, "con altrettanti importanti benefici: contribuisce a sviluppare aree della corteccia cerebrale legate all'attenzione e all'elaborazione visiva e uditiva". Insomma ci aiuta a essere più attenti all'ambiente che ci circonda, rafforzando la plasticità cerebrale e riducendo i danni legati all'età. E non c'è bisogno di ritirarsi in un monastero: un recente studio dell'università di Wake Forest a Winston-Salem mostra che quattro giorni di pratica meditativa possono essere sufficienti a renderci più lucidi e attenti.
Più forza al sistema immunitario
Diversi studi mostrano con chiarezza che la meditazione riesce a modulare l'attività del sistema immunitario. Come spiega Francesco Bottaccioli, presidente onorario della Società italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia e autore di "Mente Inquieta", manuale di meditazione edito da Tecniche Nuove: "La meditazione mette l'organismo in condizione di reagire con efficacia alle aggressioni, ma evitando pericolosi eccessi di infiammazione". Lo conferma uno studio su donne malate di tumore al seno pubblicato dalla rivista "Brain Behaviour and Immunity": si è visto che le donne che avevano imparato a meditare avevano livelli di cortisolo decisamente più bassi delle altre e riuscivano a recuperare in breve tempo un profilo immunitario analogo a quello di una persona sana. Altri studi mostrano che la meditazione aiuta i malati di cancro a tenere sotto controllo ansia e stress. In particolare, un gruppo di ricercatori dell'università del Wisconsin ha preso in esame 43 studi, arrivando alla conclusione che la meditazione può aiutare a i malati di cancro a combattere l'insonnia ma anche la cosiddetta "fatigue", la spossatezza che è un effetto collaterale di molte terapie.
Io non ho paura
I risultati più rivoluzionari sono forse quelli ottenuti nel controllo del dolore. Lo conferma uno studio recentissimo realizzato dall'Università di Montreal e pubblicato dalla rivista "Pain", secondo il quale la meditazione Zen riduce la sensibilità al dolore. E lo fa in modo particolarmente sofisticato: la risonanza magnetica mostra che la meditazione interrompe le comunicazioni tra le aree del cervello deputate alla ricezione del dolore e quelle legate alla percezione della sensazione dolorosa, come l'amidgala, l'ippocampo e la corteccia prefrontale. "In pratica chi medita mantiene, e persino aumenta, la capacità di percepire il dolore, ma è in grado di escludere l'interpretazione del vissuto soggettivo, e quindi la sofferenza", spiega Bottaccioli. E sottolinea un dato che potrebbe avere implicazioni importanti per chi soffre di dolore cronico. Un altro studio pubblicato sulla stessa rivista indica che la pratica di una meditazione Yoga può contribuire ad attenuare i sintomi della fibromialgia, un disturbo caratterizzato da dolore muscolo scheletrico cronico.
Non solo Prozac
A confermare l'effetto della meditazione come antidepressivo è uno studio pubblicato dall'autorevole "Archives of General Psychiatry": un gruppo di pazienti in cura per depressione è stato trattato con farmaci fino alla scomparsa dei sintomi. A quel punto il gruppo è stato diviso in tre: alcuni pazienti hanno cominciato a praticare una terapia cognitiva basata sulla meditazione mindfulness, finalizzata al controllo delle emozioni, mentre altri hanno continuato ad assumere il farmaco oppure un placebo. Dopo 18 mesi, si è visto che meditazione e farmaci risultavano altrettanto efficaci nel contenere le ricadute, limitate al 30 per cento dei pazienti rispetto al 70 di chi aveva assunto il placebo. Grazie alla meditazione, insomma, sembra possibile far durare nel tempo i risultati ottenuti con i farmaci, venendo incontro alle esigenze dei molti che non vogliono prolungare la terapia, e possono essere a rischio di ricadute. "Sappiamo che la meditazione consente di regolare le emozioni, osservandole con un certo distacco senza esserne sopraffatti", spiega Raffone.
Altri studi mostrano che praticare aiuta a controllare gli stati emozionali estremi, in particolare la paura, agendo sull'attività dell'amigdala. E che ha un effetto non solo sui sintomi ansioso depressivi ma anche sui livelli ormonali legati agli effetti fisiologici dello stress. "È quanto è emerso da uno studio organizzato in collaborazione con l'Università di Ancona sugli operatori sanitari che partecipano ai nostri corsi", racconta Bottaccioli: "Abbiamo visto che con la pratica della meditazione i livelli di cortisolo si sono praticamente dimezzati tra l'inizio e la fine del corso". "
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www.my-personaltrainer.it/salute/immunit...-19-reinfezioni.html
"Cosa si sa sull’Immunità da COVID-19
Una delle questioni più discusse dall'inizio della pandemia di COVID-19 è quale ruolo abbia l'immunità. In particolare, si sta cercando di comprendere in che modo il sistema immunitario risponde a SARS-CoV-2 e se, una volta guariti, si diventa immuni all'infezione oppure si corre il rischio di contrarre il virus una seconda volta.
Ad oggi, si sa che chi si ammala di COVID-19 sviluppa una risposta anticorpale nel periodo compreso tra 10 e 21 giorni dopo l'infezione; nella stragrande maggioranza, sembra che questi anticorpi siano neutralizzanti, cioè in grado di respingere ulteriori attacchi da parte del virus, come accade per altre malattie infettive. Resta da definire quanto dura l'immunità che conferiscono.
Capire per quanto tempo le risposte immunitarie siano efficienti nel proteggere dall'eventuale reinfezione sono le domande chiave per prevedere il decorso dell'emergenza sanitaria.
COVID-19: quando è stabilita la guarigione?
Un paziente può dichiararsi guarito da un caso confermato di COVID-19 quando:
I sintomi tipici dell'infezione scompaiono completamente (febbre, rinite, tosse, mal di gola, difficoltà respiratoria, polmonite);
I test molecolari per la ricerca dell'agente virale risultano negativi per almeno due volte, a distanza di 24 ore uno dall'altro (1).
Risposta immunitaria a SARS-CoV-2: Linfociti T e Anticorpi
La risposta immunitaria a SARS-CoV-2 coinvolge sia la produzione di anticorpi, che l'immunità cellulo-mediata, con importanti implicazioni per la progettazione del vaccino e la comprensione della memoria immunologica.
COVID-19: qual è il ruolo dei linfociti T?
L'immunità cellula-mediata è modulata dai linfociti T, un tipo di globuli bianchi specializzati nel riconoscimento delle cellule infettate dal virus SARS-CoV-2, che entrano in gioco come seconda linea di difesa dopo l'attivazione degli anticorpi.
I linfociti CD8 +, noti anche come cellule T citotossiche, aggrediscono le cellule infettate dal virus, impedendo la replicazione e la diffusione dell'infezione; nel caso di COVID-19, è stato riscontrato che i linfociti T CD8 + svolgono un ruolo fondamentale nella clearance del virus.
I linfociti T CD4 + (linfociti T-helper) producono citochine che supportano la risposta di altre cellule del sistema immunitario e di mediatori che distruggono le cellule infettate, amplificando la risposta immunitaria; una delle citochine dominanti prodotte dai linfociti T è l'interferone gamma (IFNγ), un attore chiave nel controllo dell'infezione virale.
Linfociti totali, cellule T CD4 +, cellule T CD8 +, linfociti B (secernono anticorpi) e cellule Natural Killer (producono fattori che inducono l'apoptosi di cellule riconosciute come infette) hanno mostrato un'associazione significativa con lo stato infiammatorio in COVID-19, in particolare le cellule T CD8 + e il rapporto CD4 +/ CD8 +.
La linfopenia è una caratteristica principale dell'infezione da COVID-19: questa interessa le cellule T CD4 +, le cellule T CD8 + e le cellule B, ed è più pronunciata nei pazienti gravemente malati. Inoltre, è stato riscontrato che in quest'ultimi le reazioni dei linfociti T possono essere alterate, iperattivate o inappropriate: ulteriori ricerche sono necessarie per chiarire questo aspetto (2-5).
Anticorpi nell'infezione da SARS-CoV-2
Per quanto riguarda la risposta immunitaria modulata da anticorpi, la maggior parte delle persone infettate da SARS-CoV-2 mostra una risposta tra il giorno 10 e il giorno 21 dopo l'infezione.
Nelle forme lievi, la rilevazione può richiedere più tempo (quattro settimane o più) e, in un numero limitato di casi, IgM e IgG non vengono rilevati affatto. Sulla base dei dati attualmente disponibili, gli anticorpi IgM e IgG contro SARS-CoV-2 si sviluppano tra 6 e 15 giorni dopo l'insorgenza della malattia.
Il tempo di sieroconversione mediano per gli anticorpi totali, IgM e poi IgG era rispettivamente il giorno 11, il giorno 12 e il giorno 14 dopo l'insorgenza dei sintomi. La presenza di anticorpi è stata rilevata in <40% tra i pazienti entro 1 settimana dall'esordio e rapidamente aumentata al 100% (anticorpi totali), 94,3% (IgM) e 79,8% (IgG) dal giorno 15 dopo l'esordio (6-11).
Quanto Dura l’Immunità
Chi guarisce dall’infezione sviluppa un’immunità persistente?
La durata della risposta anticorpale è ancora sconosciuta, ma è noto che gli anticorpi verso altri coronavirus diminuiscono nel tempo (range: 12 - 52 settimane dalla comparsa dei sintomi) e sono state dimostrate reinfezioni omologhe, cioè le persone guarite dalla malattia possono contrarre nuovamente l'infezione (12).
Per quanto tempo si rimane immuni dopo aver contratto il COVID-19?
La maggior parte di chi si ammala di COVID-19 sviluppa anticorpi entro poche settimane, ma non è ancora del tutto stato chiarito per quanto tempo la memoria immunitaria sia efficiente nel produrre risposte protettive.
Le risposte anticorpali ad altri coronavirus umani durano fino a 12 settimane, come accade con altri coronavirus stagionali responsabili di infezioni lievi (es. raffreddore), o più a lungo, come in chi aveva contratto i virus di SARS e MERS, lontani parenti del SARS-CoV-2: indicativamente, in questi casi, l'immunità dura 12-34 mesi dopo l'infezione.
Uno studio osservazionale condotto dal King's College di Londra ha evidenziato che l'immunità sembra indebolirsi drasticamente nel giro di pochi mesi: le risposte anticorpali alla SARS-CoV-2 sono massime dopo circa tre settimane dalla comparsa dei sintomi. In seguito a tale periodo, gli anticorpi anti SARS-CoV-2 circolanti nel sangue tendono a diminuire gradualmente, in certi casi fino a non essere neppure più rilevabili. Tre mesi dopo l'infezione soltanto nel 17% dei partecipanti alla ricerca (90 ex pazienti) la risposta immunitaria conserva la stessa potenza. Sono necessarie ulteriori approfondimenti per determinare il livello di anticorpi necessari per la protezione dalle infezioni (13).
Un altro studio pubblicato su Nature (14) giunge alla stessa conclusione: i livelli di anticorpi protettivi diminuiscono di oltre il 70% in convalescenza e dopo alcuni mesi, in alcuni soggetti, non sono più rilevabili.
Quanto dura l'immunità cellulo-mediata?
Secondo una ricerca preliminare, non ancora sottoposta a revisione paritaria (peer reviewed), condotta dal Public Health England (agenzia governativa inglese) e dall'UK Coronavirus Immunology Consortium, l'immunità conferita dai linfociti T potrebbe durare fino a 6 mesi. I risultati non indicano però se la persona è protetta più a lungo da una seconda infezione (15).
Reinfezioni
COVID-19: è possibile contrarre il virus una seconda volta?
A distanza di alcuni mesi dall'inizio della pandemia, iniziano ad essere documentati nella letteratura scientifica evidenze di pazienti che si sono reinfettati ad alcuni mesi di distanza dalla prima infezione.
In qualche caso, gli episodi di malattia successivi al primo sono stati responsabili di quadri clinici più gravi.
Rispetto ai milioni di pazienti che hanno contratto il virus SARS-CoV-2, il numero di persone che si sono riammalate sembra per il momento limitato (nota: a novembre 2020, sono 20 le reinfezioni segnalate).
La reinfezione non è, quindi, un'evenienza comune, ma appare comunque significativa per monitorare le possibili mutazioni dell'agente virale e le conseguenze che queste possono avere nei confronti dell'immunità personale (16).
Per parlare di reinfezione da SARS-CoV-2 non basta tornare positivi (tampone molecolare) dopo essere stati dichiarati guariti da una precedente infezione, ma è necessario avere a disposizione le sequenze genetiche dei campioni virali della prima e seconda infezione e confrontarle.
Non è sufficiente basarsi sui risultati dei tamponi molecolari per alcuni motivi:
I tamponi possono essere negativi se il campione prelevato è poco;
I tamponi possono rimanere positivi anche dopo la scomparsa di eventuali sintomi e in assenza di particelle virali vitali.
Se le sequenze sono abbastanza diverse – per appartenenza a ceppi diversi o per numero di mutazioni considerevoli, è ragionevole credere di essere di fronte a due diverse infezioni. In realtà, come esposto dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC, da European Centre for Disease Prevention and Control), i virus possono accumulare mutazioni quando si trovano nei loro ospiti e più ceppi virali possono infettare lo stesso ospite (17). (..) "
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che dire, speriamo bene.....
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www.lavocedinewyork.com/lifestyles/scien...embrano-promettenti/
"In un periodo in cui la campagna vaccinale contro il Covid-19 viene promossa come fattore determinante per il controllo della pandemia, restano aperte domande la durata dell’immunità alla malattia e, sull’eventualità di dover ripetere le somministrazioni di vaccino per scongiurare la malattia a distanza di tempo. In particolare, dopo che alcuni studi hanno evidenziato una diminuzione dei livelli di anticorpi pochi mesi dopo l’infezione da Sars-Cov-2, si è palesato il timore che la popolazione possa essere di nuovo vulnerabile al virus. In realtà, la presenza di anticorpi contro la ormai nota proteina S del virus è stata ampiamente documentata in piu’ di 30.000 persone anche 5 mesi dopo l’infezione; tale presenza contribuisce a ridurre notevolmente il rischio di reinfezione.
Inoltre, molti immunologi concordano sul fatto che un calo dei livelli anticorpali nel tempo sia naturale, ma soprattutto che gli anticorpi non costituiscano l’unica arma di difesa di cui dispone il nostro sistema immunitario: infatti, in seguito ad un’infezione o alla vaccinazione viene stimolata la produzione di linfociti B e T, specifici per l’antigene dell’agente infettivo. I linfociti B e T sono responsabili rispettivamente della produzione di anticorpi e della risposta cellulare al virus. Alcune di queste cellule immunitarie si differenziano in “cellule della memoria” di lunga vita e, in caso di un ulteriore contatto con il patogeno, rispondono più velocemente e più efficacemente all’infezione. È proprio in questa memoria immunologica che vengono riposte le speranze di una immunità duratura al coronavirus.
Recentemente sono stati pubblicati online (non in riviste scientifiche, dati non peer-reviewed) i dati ottenuti da uno studio condotto presso La Jolla Institute of Immunology, in California, su una serie di persone guarite dal Covid-19. I dati indicano che la maggior parte delle persone in studio presentano, ancora dopo 8 mesi dall’insorgenza dei sintomi, una quantità di cellule immunitarie in grado di impedire l’infezione virale e prevenire la malattia, facendo ben sperare in una lunga durata della memoria immunologica. Nello studio, co-diretto dall’immunologo italiano Alessandro Sette, sono stati arruolati 185 tra uomini e donne, tra i 19 e gli 81 anni, tutti guariti dal Covid-19. 44 di questi erano guariti dall’infezione da oltre sei mesi. Inoltre, la maggior parte dei partecipanti allo studio aveva manifestato sintomi leggeri della malattia, che non avevano richiesto il ricovero in ospedale. Lo scopo della ricerca era di quantificare, nel tempo, i livelli di anticorpi contro la proteina S virale e quelli delle cellule B e T. Allo scopo, 38 partecipanti hanno fornito più campioni di sangue nell’ arco di più mesi, mentre altri un solo campione. Dalle analisi è emerso che la quantità di anticorpi è rimasta piuttosto stabile, con un declino modesto osservato dai sei agli otto mesi seguenti l’infezione da Sars-Cov-2, anche se con elevata variabilita’ fra i partecipanti. I linfociti T di memoria hanno mostrato un lento e leggero decadimento, con una vita media intorno ai 3-5 mesi, mentre il numero di linfociti B è risultato inaspettatamente aumentato.
Secondo i ricercatori, la memoria immunologica, persistente anche dopo 8 mesi dall’infezione, verosimilmente protegge le persone per molti anni, scongiurando il ricovero ospedaliero o una forma grave di malattia. Sebbene gli anticorpi circolanti nel sangue siano necessari per bloccare il virus e impedire una seconda infezione, una condizione nota come “immunità sterilizzante”, sono le cellule immunitarie quelle che “ricordano” il virus e che hanno un ruolo importante nel prevenire la malattia nella forma grave. Il coronavirus, in particolare, è generalmente lento nel creare danno, dando il tempo al sistema immunitario di agire. Questi risultati a favore di una duratura memoria immunitaria sono incoraggianti. E da una parte c’è la speranza che anche per questo virus riproponga quanto recentemente osservato nei sopravvissuti alla SARS, causata da un altro coronavirus, cioè la presenza di alcune cellule immunitarie importanti dopo 17 anni dall’infezione. I risultati dello studio condotto in California sono in linea anche con un altro studio, in cui si è evidenziata la presenza di cellule immunologiche protettive in persone guarite da Covid-19, anche laddove gli anticorpi non erano più rilevabili.
È difficile predire esattamente quanto possa durare l’immunità al Covid-19, perché la scienza ancora non conosce quali siano i livelli necessari delle varie cellule immunitarie per proteggere dal virus, ma sembra che anche piccole quantità di anticorpi, o di cellule B e T possano essere sufficienti a proteggere coloro che sono guariti dalla malattia. Nelle persone esaminate non ci sono segni di un crollo improvviso dei livelli delle cellule di memoria immune, che sarebbe, comunque, inusuale. Difatti, in genere il declino delle cellule della memoria immune è lento e avviene negli anni e non ci sono presupposti per pensare ad un comportamento differente in questo contesto. La somministrazione di vaccini tende anch’essa a stimolare la produzione di anticorpi e cellule immunitarie contro il virus. Sulla durata di questa immunità indotta non è ancora possibile fare previsioni, non perché i vaccini siano poco efficaci, ma perché bisognerà aspettare del tempo necessario a raccogliere dati. Con i pochi dati finora a disposizione, sembra comunque che ci siano le premesse per una risposta immunitaria duratura."
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www.medimagazine.it/micronutrienti-e-sis...ischio-di-infezione/
"Una revisione degli studi esistenti, condotta dall’Oregon State University, indaga e spiega come micronutrienti e sistema immunitario insieme possono ridurre il rischio di infezione.
Dal momento della nascita, i nostri corpi sono bombardati da agenti patogeni il cui unico scopo è vivere e replicarsi in un ambiente caldo, umido e ricco di sostanze nutritive. Non tutti i microrganismi sono dannosi, il microbiota ad esempio, ha una relazione simbiotica con il nostro tratto gastrointestinale. Tuttavia, molti agenti patogeni sopravvivono e si moltiplicano utilizzando meccanismi altamente specializzati che consentono loro di infiltrarsi nel corpo, trovare nicchie nutrizionalmente compatibili all’interno per riprodursi, quindi uscire e diffondersi a un nuovo ospite.
Questi processi generano sintomi clinici di malattia.
Per combattere i microrganismi patogeni, l’elaborato sistema di difesa immunitaria comprende barriere fisiche e biochimiche, cellule immunitarie specializzate e anticorpi che prendono di mira specificamente il patogeno. Il sistema immunitario aiuta anche a riparare i danni causati da insulti nocivi da fattori esterni, come inquinanti ambientali e tossine innate negli alimenti (es., carotossine nelle carote, persine negli avocado, glicoalcaloidi nelle patate e lectine nei fagioli).
In breve, l’attacco iniziale di agenti patogeni o il danno da corpi estranei è messo in discussione dal sistema immunitario innato. Le barriere fisiche come la pelle, i peli del corpo e le mucose aiutano a prevenire l’ingresso nel corpo. Se questi vengono aggirati, i meccanismi biochimici identificano rapidamente qualsiasi molecola “non-sé” e distruggono ed eliminano la minaccia attraverso una miriade di cellule immunitarie (es., leucociti come neutrofili, cellule natural killer (NK) e macrofagi) e citochine (coinvolte nelle cellule segnalazione), quindi riparare eventuali danni.
Agenti invasori specifici, come agenti patogeni e tessuti estranei, possono attivare funzioni immunitarie adattive più lente che utilizzano le cellule T e B che riconoscono antigeni specifici sul microrganismo invasore e formano anticorpi contro di esso.
Ogni fase di questa risposta immunitaria dipende dalla presenza di alcuni micronutrienti.
Storicamente, l’importanza dei micronutrienti nel sistema immunitario e sulle infezioni era basata sulla carenza di vitamina C e sulla comparsa dello scorbuto. Nel primo studio clinico controllato registrato, pubblicato nel 1753, James Lind ha somministrato diete diverse a gruppi di uomini affetti da scorbuto e ha notato che coloro che hanno consumato agrumi hanno ottenuto un recupero notevole. Da allora, è stato stabilito che diversi micronutrienti sono essenziali per il sistema immunitario e hanno ruoli sinergici in base alla loro modalità d’azione complementare.
Questa revisione. condotta da ricercatori del Dipartimento di Biochimica e Biofisica, Oregon State University, fornisce una panoramica dei meccanismi noti dei micronutrienti che sono fondamentali per la funzione immunitaria e delinea gli effetti di assunzioni dietetiche inadeguate sul rischio di infezione. La supplementazione di micronutrienti può essere utile in questi casi per ridurre il rischio e vengono presentate le prove cliniche disponibili.
Impatto dello stato dei micronutrienti sulla risposta immunitaria e sul rischio di infezione
Il corpo richiede livelli ottimali di micronutrienti per una funzione immunitaria efficace, con requisiti diversi in ogni fase della vita. È ben noto che le carenze evidenti (cliniche) di micronutrienti influenzano negativamente il sistema immunitario e predispongono gli individui alle infezioni. Ad esempio, è noto che la carenza di micronutrienti aumenta il rischio di morbilità e mortalità associata a morbillo, polmonite e malattie diarroiche, tutte le infezioni comuni riscontrate in tutto il mondo e tra le principali cause di morte. Anche nei paesi industrializzati, le carenze multiple di micronutrienti sono diffuse e possono esacerbare il rischio di infezione. La gravità di qualsiasi effetto nocivo per la salute dipende in gran parte dall’entità e dalla durata della carenza di micronutrienti.
Esistono divari tra l’assunzione di micronutrienti e i requisiti minimi, possibilmente conservativi, stabiliti dalla RDA. Ad esempio, le carenze di vitamina A, ferro e iodio sono comuni, in particolare nei paesi in via di sviluppo e sono tra i principali responsabili del carico globale della malattia. Prevalgono anche le carenze di vitamina D e calcio, il che aumenta il rischio di rachitismo. Anche l’assunzione di potassio è riconosciuta come inadeguata nella maggior parte dei paesi, il che può aumentare il rischio di ipertensione e malattie cardiovascolari. Una percentuale significativa della popolazione generale nei paesi industrializzati ha assunzioni inadeguate di alcuni micronutrienti e le carenze multiple di micronutrienti si verificano frequentemente simultaneamente nei bambini e negli adulti in tutto il mondo.
I dati più recenti dell’European Nutrition and Health Report e del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti indicano che, a seconda del micronutriente, circa il 25-50% delle persone ha un’assunzione adeguata o addirittura un eccesso di molti micronutrienti. Tuttavia, circa il 25-75% delle persone ha un apporto alimentare inferiore alla RDA, a seconda del micronutriente. In Europa, le assunzioni segnalate erano inadeguate per le vitamine D ed E, folato e selenio in tutte le fasce d’età. Anche le assunzioni erano inadeguate per: vitamina A, zinco e magnesio nei bambini> 10 anni e negli adulti; vitamina C nei ragazzi> 10 anni e negli adulti; ferro nei bambini e negli adulti, ma non negli anziani; vitamina B12 negli adulti; e vitamina B6 negli anziani.
È anche importante considerare la fonte alimentare di micronutrienti nella valutazione delle carenze di micronutrienti, poiché può avere un forte impatto sulla biodisponibilità dei micronutrienti. Ad esempio, è ben noto che la biodisponibilità di oligoelementi come ferro, zinco o magnesio in una dieta a base vegetale è bassa, principalmente a causa della presenza di componenti che inibiscono la biodisponibilità minerale.
Molti fattori possono influenzare lo stato dei micronutrienti. Uno stile di vita stressante, spesso accompagnato da mancanza di sonno e ridotta attività fisica, può aumentare lo stress ossidativo e quindi aumentare la necessità di antiossidanti come le vitamine C ed E, oltre al magnesio per aiutare a riparare il DNA. Alcune condizioni di salute, come il diabete e l’obesità, hanno anche un effetto negativo sullo stato dei micronutrienti, così come i fattori genetici. I cambiamenti stagionali possono diminuire i livelli di micronutrienti, con concentrazioni sieriche inferiori di vitamina D, per esempio, nei mesi bui dell’inverno o nei climi settentrionali, o al contrario nei paesi caldi dove l’assorbimento della vitamina D è bloccato da creme solari o indumenti protettivi . Molteplici micronutrienti (p. Es., Magnesio, zinco e ferro) possono essere persi durante la sudorazione nei paesi caldi o durante l’esercizio; questi non possono essere sintetizzati nell’organismo e devono essere sostituiti con la dieta. Infatti, l’aumento del dispendio energetico utilizza la riserva di micronutrienti del corpo per produrre più energia, con conseguente bassi livelli di vitamine del gruppo B, vitamina C, calcio, ferro, zinco e magnesio negli individui attivi. L’inquinamento atmosferico può anche ridurre le concentrazioni corporee di alcuni micronutrienti, come la vitamina D se l’inquinamento riduce l’esposizione al sole e quindi la produzione cutanea o antiossidanti come le vitamine C ed E, che possono essere necessari per combattere l’ossidazione da stress causato dall’inquinamento.
Esiste chiaramente una logica per integrare l’assunzione alimentare con micronutrienti.
Come discusso, vitamine e minerali hanno ruoli diversi in ogni fase del sistema immunitario ed è probabile che la risposta immunitaria sia compromessa quando i livelli di micronutrienti sono insufficienti.
I dati suggeriscono che molte persone hanno un apporto giornaliero inadeguato di micronutrienti, anche quando il cibo è più facilmente disponibile. È stato dimostrato che integrare la dieta con micronutrienti carenti migliora varie funzioni immunitarie specifiche, mentre l’integrazione con più micronutrienti (MMN) può anche avere benefici significativi sulle cellule immunitarie e sulle risposte.
Diversi micronutrienti possono essere carenti e anche una carenza marginale può compromettere l’immunità. Sebbene esistano dati contraddittori, le prove disponibili indicano che l’integrazione con più micronutrienti con ruoli di supporto immunitario può modulare la funzione immunitaria e ridurre il rischio di infezione. I micronutrienti con la più forte evidenza di supporto immunitario sono le vitamine C e D e lo zinco. "
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- miciofelix
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"Rilevo con sorpresa, che da parte di alcuni, stimati studiosi e addirittura da parte di comitati tecnici scientifici, si continua confondere l’immunità con gli anticorpi. Gli anticorpi rappresentano solo una parte dell’immunità. Questa è invece un meccanismo più complesso e profondo che comprende almeno due fasi: quella umorale (appunto gli anticorpi circolanti) e quella cellulare che rappresenta la vera e propria difesa immunitaria che, nei soggetti permane per anni, ed a volte per tutta la vita, una volta che il soggetto viene a contatto con un agente infettivo e particolarmente con un virus.
Questa confusione porta erroneamente a ritenere che bisogna vaccinare chi ha una bassa carica anticorpale ritenendolo indifeso. Ciò è vero solo se flessione interessi entrambe le immunità, ma in genere questo non accade, la immunità cellulare si protrae a lungo.
Lo studio che i ricercatori del Centro di ricerca scientifica Altamedica di Roma, Katia Margiotti e Marco Fabiani, coordinati da Alvaro Mesoraca, stanno conducendo tra i primi, punta proprio ad analizzare la presenza di cellule di memoria (nella fattispecie linfociti B di Clusters CD 19+, CD27+, spike positive) in soggetti vaccinati (immunità indotta o acquisita) e soggetti guariti (immunità naturale) a distanza di molti mesi dalla vaccinazione o dalla infezione mediante citometria a flusso.
Lo studio si sta concentrando proprio in quei soggetti che hanno un basso titolo anticorpale. Che gli anticorpi scendano, in tutti, è nozione di immunologia di base, giacché questi hanno una emivita che dura in genere 28 giorni e che scende progressivamente fino a rimanere, nella maggior parte dei soggetti guariti o vaccinati, addirittura per tutta la vita, anche se in genere a basso titolo anticorpale. Ciò non vuol dire assolutamente che non siano comunque perfettamente protetti dall’infezione, perché le cellule di memoria sono pronte a ripartire producendo grandi quantità di anticorpi, trasformandosi immediatamente in plasmacellule produttrici di IgG una volta che le “cellule sentinella”, composte da linfociti circolanti dette Antigen Presenting Cells, vengano nuovamente a contatto con il virus.
Per Covid-19 prima non avevamo informazioni dirette ma, per analogia con altre infezioni precedenti, come la Sars e la Mers, si può ipotizzare lo stesso comportamento che dimostra persistenza di immunità cellulare a distanza rispettivamente di 6 e 17 anni, come abbiamo riscontrato e pubblicato in una nostra recente metanalisi (Acta Virologica 2021). Fino a poco tempo fa però non era certo se anche per il Sars-CoV-2 esistesse una memoria immunitaria cellulare persistente.
Il “consort diagram”della nostra ricerca mette in correlazione soggetti con immunità naturale (guariti) e soggetti vaccinati a distanza di tempo dalla vaccinazione o dalla guarigione correlando le cellule di memoria con la quantità di anticorpi circolanti.
Allo stato attuale lo studio non è ancora pubblicato, ma è in corso di conclusione il“pilot study”. I risultati, anche se ovviamente non conclusivi – ci preme anticiparli per sollevare l’attenzione verso gli organi preposti alle indicazioni vaccinali – sono assolutamente inequivocabili e confermano i primi studi già esistenti: l’immunità cellulare persiste molto più a lungo di quella umorale, soprattutto nei soggetti guariti, ma anche nei vaccinati ed indipendentemente dal vaccino (variabile indipendente), e rappresenta la vera difesa contro le reinfezioni e la contagiosità dell’individuo.
Non si ignorino i più approfonditi e recenti studi internazionali sulla immunità cellulare Sars-CoV-2 (Rodda LB e coll. Cell2021; Jennifer Dan e coll. Science2021; Ansari A e coll. Front Immunol. 2021; Dan JM, Mateus e coll. bioRxiv. 2020;Achiron A. e coll,Clin Microbiol Infect. 2021), che dimostrano inequivocabilmente che i soggetti guariti posseggono una memoria immunologica cellulare specifica per lunghissimo tempo.
I nostri dati preliminari confermano che le cellule B di memoria IgG specifiche di Sars-CoV-2 sono aumentate nel tempo. Linfociti di memoria specifici di Sars-CoV-2 hanno mostrato caratteristiche associate a una elevata funzione antivirale anche nella componente T che funge come un potente rafforzativo immunitario, secernendo citochine attive nel processo antivirale non appena il virus torni a contatto con un soggetto guarito.
Alla luce di queste evidenze biologiche, sinceramente inspiegabile risulta la scelta, anche da parte di Agenzie internazionali e Comitati tecnico scientifici, di fornire indicazioni sull’osservazione, miope, che l’immunità dipenda solo dagli anticorpi circolanti. Si esorta quindi a valutare con attenzione gli studi di immunologia cellulare prima di arrivare a conclusioni che possono non essere biologicamente e clinicamente giustificabili e portare a proseguire, come detto, con dosi di vaccino superflue (se non dannose) al solo scopo di indurre una semplice risposta umorale assolutamente non necessaria.
*Claudio Giorlandino MD, Altamedica Roma-Milano Istituto Ricerca scientifica, president of Italian College of Feto Maternal Medicine"
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