Grazie a te Cecilia: avevo letto tempo prima il post di Soani, ma è come se per me questa discussione si fosse aperta quando hai scritto il tuo primo post. Penso che sia perché l'ho trovato molto personale e intimo, e questo mi ha permesso (almeno credo) di esserlo a mia volta nelle cose che ho scritto.
Per quanto riguarda le tue osservazioni, penso che in realtà stiamo dicendo cose simili, vedendole da prospettive diverse.
Sul "manipolare" non lo intendevo nel senso di "sofisticare" o "alterare", ma proprio nel senso del " toccare con mano", un po' come fanno i bambini con la plastilina... Quando scrivo una cosa, mi ritrovo poi col foglio in mano: posso toccarlo, guardarlo, girarlo, è lì, davanti a me e, che mi piaccia o no, non posso più ignorarlo. Non è più dentro di me, confuso e indefinito, non è più soggetto: è diventato oggetto, visibile e tangibile da me o da chiunque altro.
Rispetto al "perdere" o al "trovare"... beh, anche qui penso siano cose collegate: non è possibile l'una senza l'altra. Quando parlo di perdita o separazione, non le intendo in senso negativo: per me sono momenti importanti di crescita, un po' come nell'esempio di mio figlio all'asilo, che è cresciuto proprio passando per l'esperienza della separazione.
Sono d'accordo con te che si scoprono parti nuove di sé attraverso questo esercizio dello scrivere. Anche questo però implica la capacità di lasciare qualcosa, per es. una certa idea di sé stessi: è come dire " pensavo di essere così e così, e invece rileggendo mi accorgo di essere anche qualcun altro". Questa credo sia una cosa positiva: Lacan diceva che "la più grande pazzia dell'uomo è quella di credersi un Io", cioè di pensare di sapere già tutto di sé, di essere un'unica entità, quando dentro di noi c'è molto di più, per es. tante parti che " giocano a nascondino", come dicevi tu.
Sono d'accordo anche quando parli del senso di spaesamento che possiamo vivere quando, tutto d'un tratto, tra una virgola e un punto a capo, ci troviamo di fronte a noi stessi. A volte con curiosità e un sorriso, mi trovo a stupirmi di quello che scopro (o riscopro) di me. E sento di provare affetto per la persona che sono. Altre volte quello che scopro non mi soddisfa, ma in qualche modo devo farci i conti, e alla fine mi sento più ricca (e più onesta con me stessa) di prima.
Su quanto sono capace io di essere onesta, sincera e fiduciosa come è stato mio figlio nel disegnare le sue lacrime...questo ancora non lo so. Penso di fare più fatica di lui, anche se so di avere imparato molto negli anni, e di avere ancora tempo per imparare. Tutto sommato poi la scrittura è un esercizio del limite, sempre in equilibrio tra ciò che dico e ciò che taccio, e forse in fondo tutto tutto non si può dire.
Qualcosa di incomunicabile resta sempre. È come nel gioco del nascondino, che hai citato tu: posso cercare chi si è nascosto, ma chissà se troverò tutti...magari qualcuno sarà più svelto a scappare e mi sfuggirà...