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Domanda Un uomo c'insegna la vita

  • Raffaele/Michelangelo
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9 Anni 8 Mesi fa #51690 da Raffaele/Michelangelo
Un uomo c'insegna la vita è stato creato da Raffaele/Michelangelo
Ulisse, "Odisseus", latinizzato, l'eroe acheo narrato nella mitologia greca.

Ricordate?

"Narrami, o Musa, dell'uomo dall'agile mente, che tanto vagò, dopo che distrusse la sacra città di Troia" ... .

"Odissomai", in greco antico, corrisponde a "essere odiato".

E Odisseo ne aveva calamitato, a torto o a ragione non importa, di odio su di sé, a cominciare da quello di Poseidone, padre del ciclope Polifemo da lui accecato nel sonno o forse più ancora dalle ingannevoli sue accuse nei confronti di Palamede, figlio di Nauplio e di Climene, pertanto nipote di Poseidone, le quali sortirono l'esito di una condanna a morte del povero sventurato.

Ad ogni modo, Odisseus è la storia di colui che più ci rappresenta, di chi, come dire, ci ha "costruiti".

Quella di un uomo perseguitato dal fato, "bello di fama e di sventura", scriveva Foscolo in "A Zacinto", assecutato in ogni maniera, tipo la gatta del palazzo, tanto per associarvi un'immagine, in cui tutti ci rispecchiamo, ma anche la storia di un uomo che se ne strafotte totalmente del rischio, che prosegue per la propria via, sprezzante di ogni pericolo, in grado di sconfiggere ogni tipo di calamità, partorito appositamente affinché noi tutti potessimo far mente locale di quanti e di quali divini, eccelsi scrittori, s'intessa tutta la storia della letteratura del genere umano.

E se state pensando a Dante o a Shakespeare, beh, pur volando com'aquile, essendo effettivamente "i primi della classe", questa volta, sappiatelo, siete in pregiudizio.

Del resto, io stesso sono in conflitto con me medesimo, affermando, a seconda delle circostanze, l'una cosa o l'altra a essa contraria.

Ma, come si sa, gli opposti si conciliano, e non solo in filosofia.

Perché in questa specifica circostanza, la grandiosità dell'autore si collega al taglio ch'egli ha saputo fare col passato, consegnandoci qualcosa, come dire, d'inedito, di assolutamente inedito, e il genio cui faccio riferimento è proprio lui, Omero, il quale, per completezza d'informazione, sta assieme ad altri geni letterari, decisamente rivoluzionari, quali, solo per citarne alcuni, Francesco Petrarca, il primo a consegnarci le sue ansie, le sue angosce, le sue trepidazioni nell'amore vero e proprio, nel desidero amoroso (passione), o insite nell'evocazione della divinità per riconoscere i propri limiti, le proprie trasgressioni, oppure gli scapigliati francesi che vanno da Boudelaire a Mallarmé e a Rimbaud, fenomeni, antesignani di una vera mutazione in campo letterario e non solo.

Ma il primo in assoluto a spostare l'alzo sul modo di concepire la vita, e proprio per questo l' "optimum inter scriptores", è stato Omero, a prescindere se sia realmente esistito o non, se sia la comunione di più intelletti o di uno solo.

Nel concreto possediamo due poemi straordinari: un'Iliade mitologica di uomini e dei, o per meglio dire, di tanti "soldatini britannici", tutti servizievoli agli Dei e al contempo (poco tempo dopo, siamo intorno al IX sec. a.C.) un'impareggiabile Odissea messa su da un uomo che la vita se la crea attraverso il suo essere impavido di fronte a qualsiasi perigliosa circostanza, che sa lottare e combattere, e combattere, e combattere e ancora combattere.

Se si vince tanto meglio, se si perde, "chissenefrega" (linguaggio popolare)!!!-questa filosofia anima il suo immaginario.

Ma il nostro "Aner", o, se preferite, "Vir", ha nella sua faretra un'altra micidiale, per quanto intrigante, freccia, la scèpsi o schepsi, ossia quel dubbio che connota e anima ciascuno di noi in ogni giorno della nostra fuggevole esistenza.

E poi altri dardi ancora, quali l'inquietudine, lo smarrimento, l'esitazione.

Odisseo è l'uomo che per tutta la giornata, dappertutto, fa sesso sfrenato con Calipso, una Venere eterna dell'isola di Ogigia (collocatela dove vi pare, Gibilterra, Malta, ..., a me interessa poco), fino ad averne la nausea (sette anni di confinata permanenza sono lunghi da passare!) e a rischiare la depressione e il suicidio, se ben ricordate come lo descrive Omero:

- E lo trovò seduto sul lido: né mai gli occhi
erano asciutti di lacrime, e la dolce vita si consumava
a lui che piangeva per il ritorno, poiché la ninfa non più gli piaceva;
e la notte invero egli dormiva ma per necessità
nel cavo antro, non volente accanto a lei volente,
e il giorno poi, seduto sulle rocce e sul lido,
in lacrime e gemiti e affanni lacerandosi il cuore
guardava verso il mare inquieto stillando lacrime. (V,vv.151-158)

Ma dopo una giornata di sesso, Ulisse è anche l'uomo che di notte, lui, un eroe, va a lacrimar in riva al mare, si direbbe, non me ne voglia il gentil sesso, "come una femminuccia", per il distacco dalla propria casa, dalla sua gente, dai suoi affètti veri, da Penelope e dal figlio Telemaco.

E' anche l'uomo che rifiuta l'immortalità offertagli dalla Ninfa, replicandole che non gli interessa di esserlo e che, però, al contempo, non sa resistere alla avvenente bellezza della Dea.

E' proprio in quel lacrimar di notte, dopo una giornata di passioni, che viene fuori l'uomo, la natura di tutti noi, con tutte le connaturali incertetezze, le angoscie, le insicurezze e le contraddizioni che la connotano.

E che dire poi della discesa agli Inferi?-la prima in assoluto.

Un Ade che ospita, per Omero, le ombre e non le anime degli uomini, senza alcuna visibile classificazione di esse in buone e in malvagie, e senza neppure un conferimento della pena o del premio, in relazione alle terrene virtù, e che corrisponde a un vero e proprio luogo fisico, il cui accesso (uno tra quelli possibili) doveva collocarsi nel paese dei Cimmeri, dove, probabilmente, il nostro eroe si reca per discendervi e ritrovarsi a tu per tu con l'ombra dell'indovino Tiresia.

Un luogo deprimente, privo di speranza, tetro, pauroso, dove regnano preoccupazione e sfiducia, che dà il senso della fine.

Lo stesso Odisseo vacilla al suo cospetto.

Ma i letterati e gli eroi devono provare a frangere il limite, abbattere il muro che fa da confine ai "due mondi", non credete?

Purtroppo, là, Odisseo, ritrova tutti i maggiori protagonisti, delle vicende storiche a lui note, ormai trapassati, come pure tutte le donne belle da lui amate e ora defunte, e allora gli nasce lo smarrimento, l'evocazione di quell'angosciante scèpsi incompresa, irrisolta, totale, suprema.

In quel preciso istante e in quelli poi esistenziali a venire, chissà se se lo sarà chiesto anche il nostro eroe, per come a me, adesso, e forse anche a voi che mi state leggendo, viene di chiedermelo, ancora una volta in perfetta dissintonia con la mia sempre più tumultuosa, quanto smarrita, Anima, continuamente affaccendata nel cercare di ritrovarsi:

- Come mai, nella quotidianità, come tutti voi del resto, "armato fino ai denti e senza alcun timore", sono in guerra, nel mio lavoro, nei rapporti interpersonali, nel legame di coppia, nel combattere le ingiustizie sociali, nell'aiutare il prossimo, nella lotta contro chi non ha alcun rispetto verso la umana dignità, pronto a duellare e ad abbattere chi gli si oppone (anche, talvolta, a chieder scusa o a farsi perdonare, situazioni che richiedono ancor più coraggio), ad amare indiscriminatamente sia gli altri sia gli affètti veri, in modo diverso, s'intende, ma con la stessa intensità (mi capite, vero?), pronto ad abbattere tutto ciò che deve essere abbattuto, con un senso della timè e dell'aidòs profondissimi, viscerali, direi, come mai ho tutto ciò?

E non sapendo quel che mi capiterà poi, non potrebbe essere che possegga già tutto qui, adesso, e che quindi ci sia da mostrare ciò che altri eroi del passato hanno già avuto modo di mostrare, ossia che siamo uomini faber di noi stessi, delle nostre esistenze e, fintanto che ancora in vita, animati dalla speranza, quella che ha abbandonato gli Inferi, e dalla schepsi, ch'è sempre alla ricerca di abbattere quel muro, sperando che non sia d'ombra, che da sempre ci separa dall'ignoto?

Il coraggio di andare oltre, proprio come Odisseo, alla ricerca e alla comprensione dell'inconoscibile.

Finora i pensatori che ci hanno preceduti, malgrado i loro sforzi, i loro tentativi non sono riusciti a disvelare l'arcano ma noi non siamo come loro, abbiamo la speranza ancora di potervi riuscire e un DNA di gran lunga più ricco di memorie.

E che dire poi dell'Ulisse giustiziere, vendicativo?

Quello che arriva alla sua reggia in veste da straccione e da accattone, orribile di aspetto, brutto, con tutti che lo denigrano, lo scherniscono, gli gettano gli ossi che avanzano dalla crapula, come per dirgli "tiè, vatti a fottere da un'altra parte, miserabile"!

Il tutto in uno scenario tragi-comico, introspettivo, pazzesco e con un parterre dannatamente dei nostri tempi correnti.

Già, i Proci.

Pensate un po' voi, quanti di loro ve ne siano sparsi per il Pianeta, oggidì!

Siamo invasi dai Proci, così per come mostrano il terrorismo, le guerre, la povertà e l'opulenza, la mancanza di pietas e del rispetto della dignità umana, la quasi totale assenza dei valori, la violenza in genere ma soprattutto sulle donne e sui bambini ...

Ma Odisseo, metaforicamente, ce li fa tutti secchi!!!

Arco alla mano, in quel grande salone, non c'è "trippa per gatti"!

Cominciano a piovere frecce, taglienti come bisturi, e i Proci cadono giù a terra uno a uno e con essi cadono l'inettitudine, la malvagità, la stupidità, la sopraffazione, le angherie umane perpetrate da quel covo di malfattori.

In quel preciso istante, decade il "giustiziere" e subentra il "semidio" a mostrarci quale sia il senso del vivere, un valore inalienabile da difendere, sempre e ovunque, a denti stretti, e chi questo valore mostra di non possederlo e di non averne rispetto che trapassi pure e se ne vada all' "altro mondo", che "peste se lo colga"!.

L'epica, qui, è come se trasumanasse ed evocasse in noi tutti una sete di amore, di verità, di rettitudine, di speranza che pensavamo ormai sopiti per sempre.

Anche le entreneuses, ma forse rende meglio il termine "puttane", qualche momento prima lascive, gaudenti, senza veli, tutte intente a farsi "stratrombare" da uomini come loro senza più ritegno, adesso, implorano Ulisse affinché le risparmi.

E Odisseo, che nella circostanza mostra poi di non essere così tanto spietato, le salva tutte, riflettendo, a mio modo di vedere, sul non limite alla miseria umana e sull'abrutimento dell'anima e dei valori di certa feccia umana, che ha completamente travisato e infangato il senso del vivere.

La donna è tutt'altra cosa.

Come Ulisse ben sa, avendone avute molte, amate altrettante, perdendole, alla fin fine, tutte, finanche la stessa Penelope, almeno nel racconto di Dante, quando si accomiata da lei, per andare a scoprire cosa vi sia oltre le Colonne d'Ercole, e resta travolto da un'onda.

Del resto, la visione fideistica dantesca non consente all'eroe di sfidare l'ignoto, di andare oltre certi limiti.

Ma è proprio in questo il senso di Odisseo: andar per mare verso l'ignoto, per "seguir virtute e conoscenza", fino a che non sopraggiunge l'estremo incontro, quello con la morte e col suo sereno accoglimento.

Essenziale è che essa non sia insignificante ma almeno pari al valore con il quale si è convissuto, lottando sempre su tutti i fronti, proprio come gli eroi di Maratona, animati dalla "virtù greca e dall'ira"!

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9 Anni 8 Mesi fa - 9 Anni 8 Mesi fa #51691 da LOG
Risposta da LOG al topic Un uomo c'insegna la vita
"Quando il vostro cuore spumeggia vasto e nella pienezza simile al fiume, una benedizione ed un pericolo per tutti i presenti, lì è l'origina della vostra virtù"

Così parlò Zarathustra... :cheer:
Ultima Modifica 9 Anni 8 Mesi fa da LOG.

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