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DIFFIDATE sempre, controllate, ricercate e chiedete. Chiedete ad altri foristi se per caso conoscono questo prodotto, chiedete se esistono dei test e delle testimonianze attendibili.
Che il cibo sia la tua unica medicina (Ippocrate).
Il filosofo Feuerbach asseriva che noi siamo quello che mangiamo (e quello che beviamo), quindi, vi sono cibi che ammalano e cibi che guariscono. Una corretta alimentazione è la base per un sano vivere.
Il filosofo Feuerbach asseriva che noi siamo quello che mangiamo (e quello che beviamo), quindi, vi sono cibi che ammalano e cibi che guariscono. Una corretta alimentazione è la base per un sano vivere.
Domanda BARILLA
- Cecilia
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Autore della discussione
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14 Anni 3 Mesi fa #9590
da Cecilia
Risposta da Cecilia al topic Re: BARILLA
Sulla cara ditta Barilla si potrebbero scrivere molte righe, mi chiedo se in questi ultimi anni hanno cambiato i tetti degli stabilimenti
da solleviamoci.wordpress.com/2010/10/03/ba...cce-e-intimidazioni/
un articolo del grande Gianni Lannes
Mangia sano, torna alla natura e vivi meglio.
«Dal 1975 Mulino Bianco è sinonimo di bontà e genuinità. La sua ampia gamma di prodotti da forno è adatta a tutta la famiglia e ad ogni momento della giornata» recita lo slogan del colosso Barilla.
Mentre gli spot televisivi e patinati offrono dal ’76, a ritmi martellanti cieli sereni della Toscana e set cinematografici, le coperture del vasto stabilimento Barilla di San Nicola di Melfi in Basilicata, sono a tutt’oggi di plumbeo asbesto.
Una svista, forse una dimenticanza per l’holding che fattura milioni di euro e spende fortune per la pubblicità sui giornali e in tv? È sufficiente un’accurata panoramica fotografica per accertare la pericolosa presenza che gli enti istituzionali preposti alla tutela della salute pubblica (manager e tecnici pagati lautamente dai cittadini-contribuenti e consumatori) non hanno ancora verificato. Gli ondulati in fibro-cemento, meglio conosciuti come “eternit” dal nome che, nel 1900, il suo inventore, l’austriaco Ludwig Hatscek, diede a questo micidiale impasto chimico di fibre di amianto (crisotilo) e cemento a lenta presa, fanno bella mostra dal 1987 dove meno te l’aspetti.
Appunto, nei 9,58 ettari del lotto 16 di proprietà del celebre marchio alimentare. Addirittura sulla testa di questo impianto industriale in provincia di Potenza che vanta 7 linee produttive (fette biscottate, biscotti da colazione, pasticceria, snack, pani morbidi, sfoglie, merende) per 65 mila tonnellate annue di prodotto alimentare.
C’è rischio sanitario per la salute dei 500 lavoratori (di cui circa 100 stagionali) e degli ignari milioni di consumatori? «La sicurezza dei prodotti e delle persone che lavorano sono i presupposti di qualsiasi nostro stabilimento» asserisce da Parma, Elisabetta Iurcev, Media Relations Manager della Barilla. In casi del genere, tuttavia, le rassicurazioni telefoniche non bastano. E i riscontri visivi identificano l’attuale realtà: l’amianto è presente in notevoli quantità (diverse tonnellate) sotto forma di lastre, ma l’Asl Venosa 1 non si è ancora scomodata per accertare approfonditamente il livello di inquinamento delle fibre aerodisperse nell’area. Dal canto suo la regione Basilicata non ha mai effettuato in questa zona industriale una mappatura del territorio con presenza di amianto e un monitoraggio epidemiologico del fenomeno. Eppure è un obbligo di legge sancito ben 18 anni fa. In loco dal 1987 vengono prodotte le merendine più famose d’Italia ma i tetti della fabbrica sono fatti di pericoloso amianto, una sostanza cancerogena messa al bando nel Belpaese dalla legge 257 del 27 marzo 1992.
La ponderosa letteratura scientifica – a partire dal 1932 – parla chiaro, basta esaminarla. Addirittura un regio decreto del 1909 fa presente di prestare attenzione alla “lana di salamandra”. La caratteristica filamentosa dell’asbesto è anche la causa della sua pericolosità; il problema è che, a lungo andare, questo minerale si sfibra dando origine a piccolissime scaglie invisibili all’occhio umano. I frammenti polverulenti ed estremamente volatili, possono, una volta respirati, provocare forme tumorali alle vie respiratorie anche a distanza di decenni.
Per i proprietari è un impianto all’avanguardia: «A Melfi (PZ), gioiello industriale e tecnologico del Sud Italia, dove produciamo anche biscotti e pani morbidi, è installata invece la linea di produzione di fette biscottate più grande d’Europa» si legge nel sito online del gigante agroalimentare.
Proviamo ad entrare per visionare anche le coibentazioni interne, ma il portiere, in un pomeriggio assolato, scaccia scortesemente il cronista all’ingresso: «Questa è proprietà privata se ne vada». E il direttore non risponde al telefono. Con tanti saluti ai principi aziendali: «coerenza, trasparenza e rispetto debbono guidare ogni decisione e comportamento». Chiediamo nuovamente lumi all’addetto stampa del gruppo internazionale in cui lavorano oltre 7300 addetti. «Lo stabilimento di San Nicola di Melfi è per noi molto importante: ci sono dei prodotti che facciamo solo lì; ad esempio le nastrine – rivela l’esperta Iurcev – È importante perché poi magari uno pensa che le facciamo solo al nord e le vendiamo al nord. Invece le facciamo al sud e le vendiamo in tutt’Italia». Per la materia prima quali sono le fonti di approvvigionamento? «Il grano tenero è praticamente tutto italiano; lo acquistiamo prevalentemente in Puglia e Basilicata» rivela la manager aziendale Elisabetta Iurcev. «La Barilla compra le materie prime anche in Basilicata – puntualizza Gerardo Nardiello, segretario regionale della Uila-Uil (Unione italiana lavoratori agroalimentari) – Si riforniscono proprio nella zona industriale di Melfi».
La Barilla si difende certificando gli stabilimenti produttivi «rispetto allo standard ISO 14001 allo scopo di ridurre gli impatti delle proprie attività produttive sull’ambiente promuovendone il continuo miglioramento».
Non è tutto. A poche centinaia di metri in linea d’aria, si staglia il più grande inceneritore di rifiuti. È entrato a regime un decennio fa grazie alla Fiat che nel 2002 l’ha ceduto ai francesi dell’Edf (gestori di centrali nucleari). L’impianto Fenice vomita nell’atmosfera e nel sottosuolo veleni micidiali. Già, ma la Barilla fa finta di niente. La multinazionale italiana ha chiesto alla direzione del giornale “La Stampa” di sospendere la mia collaborazione. Motivazione? A quanto emerge dai documenti ufficiali, lesa maestà. Scrivo a Mario Calabresi che ha partecipato in prima persona ad un evento organizzato dalla Barilla. Mi risponde tempestivamente rievocando i nostri trascorsi al quotidiano “La Repubblica”, comunque negando qualsiasi pressione da Parma. Dalla direzione amministrativa del quotidiano Fiat, l’addetto amministrativo Alessandro Bianco, sostiene addirittura che l’amianto non c’è. Tra grandi aziende si scambiano i favori, pur di mettere a tacere una voce libera.
Torno dopo due anni dall’inchiesta condotta e pubblicata dal quotidiano “La Stampa” (11 ottobre 2008). L’amianto è sempre più friabile e danza senza controllo. Da un cavalcavia stradale fotografo la fabbrica mentre sopraggiunge una prima pattuglia di carabinieri a chiedere chiarimenti. Poco dopo piomba un’autovettura della polizia con due agenti in borghese del commissariato di Melfi. Forse non hanno letto il fonogramma che annuncia il mio arrivo con tanto di scorta dei colleghi. Pretendono di sapere perché immortalo il complesso industriale. Nel frattempo transitano sotto gli occhi dei “tutori della legge”, camion carichi di rifiuti pericolosi. Anche la Barilla ne produce: due anni fa li ho scovati in Calabria.
Alle 20,21 di martedi 7 settembre squilla il mio cellulare di lavoro. Non rispondo. Alle 20,28 il portatile trilla ancora. Dall’altro capo del telefono si presenta il poliziotto della mattina. Si chiama Antonio Pennella. In sostanza mi chiede di chiudere un occhio sull’amianto fuorilegge della Barilla; insomma di soprassedere almeno fino ad ottobre inoltrato. Mi rivela che il direttore dello stabilimento gli ha mostrato delle carte. Una ditta di Torino smantellerà l’amianto che uccide entro l’anno al costo di 1 milione di euro. Fingo di abboccare: è un vecchio trucco che pratico con successo da un ventennio. Il 9 settembre in mattinata chiamo il poliziotto Pennella e gli chiedo di farmi inviare le carte dal direttore dello stabilimento. Mi risponde che non può pretenderle dall’amico direttore. Devo fidarmi della sua parola. Ad ogni modo mi chiede ancora di ritardare la pubblicazione di questa inchiesta, in cambio mi darà delle dritte sulla zona. Nauseato chiudo la conversazione e mentalmente spedisco questo sbirro di quart’ordine a quel paese. Sono come san Tommaso: amen.
(p.s. A seguito dell’inchiesta di Gianni Lannes inerente la presenza di amianto nello stabilimento Barilla di San Nicola di Melfi – pubblicata dal quotidiano La Stampa l’11/10/2008 – ben 5 parlamentari del Gruppo Democratico, ossia Turco, Beltrandi, Berardini, Mecacci, Zamparutti hanno indirizzato il 14/09/2009 ai ministri del Lavoro della Salute e delle Politiche sociali l’interrogazione numero 4/04073. L’iter è ancora in corso: il governo Berlusconi non risponde).
da solleviamoci.wordpress.com/2010/10/03/ba...cce-e-intimidazioni/
un articolo del grande Gianni Lannes
Barilla: amianto a perdere
Mangia sano, torna alla natura e vivi meglio.
«Dal 1975 Mulino Bianco è sinonimo di bontà e genuinità. La sua ampia gamma di prodotti da forno è adatta a tutta la famiglia e ad ogni momento della giornata» recita lo slogan del colosso Barilla.
Mentre gli spot televisivi e patinati offrono dal ’76, a ritmi martellanti cieli sereni della Toscana e set cinematografici, le coperture del vasto stabilimento Barilla di San Nicola di Melfi in Basilicata, sono a tutt’oggi di plumbeo asbesto.
Una svista, forse una dimenticanza per l’holding che fattura milioni di euro e spende fortune per la pubblicità sui giornali e in tv? È sufficiente un’accurata panoramica fotografica per accertare la pericolosa presenza che gli enti istituzionali preposti alla tutela della salute pubblica (manager e tecnici pagati lautamente dai cittadini-contribuenti e consumatori) non hanno ancora verificato. Gli ondulati in fibro-cemento, meglio conosciuti come “eternit” dal nome che, nel 1900, il suo inventore, l’austriaco Ludwig Hatscek, diede a questo micidiale impasto chimico di fibre di amianto (crisotilo) e cemento a lenta presa, fanno bella mostra dal 1987 dove meno te l’aspetti.
Appunto, nei 9,58 ettari del lotto 16 di proprietà del celebre marchio alimentare. Addirittura sulla testa di questo impianto industriale in provincia di Potenza che vanta 7 linee produttive (fette biscottate, biscotti da colazione, pasticceria, snack, pani morbidi, sfoglie, merende) per 65 mila tonnellate annue di prodotto alimentare.
C’è rischio sanitario per la salute dei 500 lavoratori (di cui circa 100 stagionali) e degli ignari milioni di consumatori? «La sicurezza dei prodotti e delle persone che lavorano sono i presupposti di qualsiasi nostro stabilimento» asserisce da Parma, Elisabetta Iurcev, Media Relations Manager della Barilla. In casi del genere, tuttavia, le rassicurazioni telefoniche non bastano. E i riscontri visivi identificano l’attuale realtà: l’amianto è presente in notevoli quantità (diverse tonnellate) sotto forma di lastre, ma l’Asl Venosa 1 non si è ancora scomodata per accertare approfonditamente il livello di inquinamento delle fibre aerodisperse nell’area. Dal canto suo la regione Basilicata non ha mai effettuato in questa zona industriale una mappatura del territorio con presenza di amianto e un monitoraggio epidemiologico del fenomeno. Eppure è un obbligo di legge sancito ben 18 anni fa. In loco dal 1987 vengono prodotte le merendine più famose d’Italia ma i tetti della fabbrica sono fatti di pericoloso amianto, una sostanza cancerogena messa al bando nel Belpaese dalla legge 257 del 27 marzo 1992.
La ponderosa letteratura scientifica – a partire dal 1932 – parla chiaro, basta esaminarla. Addirittura un regio decreto del 1909 fa presente di prestare attenzione alla “lana di salamandra”. La caratteristica filamentosa dell’asbesto è anche la causa della sua pericolosità; il problema è che, a lungo andare, questo minerale si sfibra dando origine a piccolissime scaglie invisibili all’occhio umano. I frammenti polverulenti ed estremamente volatili, possono, una volta respirati, provocare forme tumorali alle vie respiratorie anche a distanza di decenni.
Per i proprietari è un impianto all’avanguardia: «A Melfi (PZ), gioiello industriale e tecnologico del Sud Italia, dove produciamo anche biscotti e pani morbidi, è installata invece la linea di produzione di fette biscottate più grande d’Europa» si legge nel sito online del gigante agroalimentare.
Proviamo ad entrare per visionare anche le coibentazioni interne, ma il portiere, in un pomeriggio assolato, scaccia scortesemente il cronista all’ingresso: «Questa è proprietà privata se ne vada». E il direttore non risponde al telefono. Con tanti saluti ai principi aziendali: «coerenza, trasparenza e rispetto debbono guidare ogni decisione e comportamento». Chiediamo nuovamente lumi all’addetto stampa del gruppo internazionale in cui lavorano oltre 7300 addetti. «Lo stabilimento di San Nicola di Melfi è per noi molto importante: ci sono dei prodotti che facciamo solo lì; ad esempio le nastrine – rivela l’esperta Iurcev – È importante perché poi magari uno pensa che le facciamo solo al nord e le vendiamo al nord. Invece le facciamo al sud e le vendiamo in tutt’Italia». Per la materia prima quali sono le fonti di approvvigionamento? «Il grano tenero è praticamente tutto italiano; lo acquistiamo prevalentemente in Puglia e Basilicata» rivela la manager aziendale Elisabetta Iurcev. «La Barilla compra le materie prime anche in Basilicata – puntualizza Gerardo Nardiello, segretario regionale della Uila-Uil (Unione italiana lavoratori agroalimentari) – Si riforniscono proprio nella zona industriale di Melfi».
La Barilla si difende certificando gli stabilimenti produttivi «rispetto allo standard ISO 14001 allo scopo di ridurre gli impatti delle proprie attività produttive sull’ambiente promuovendone il continuo miglioramento».
Non è tutto. A poche centinaia di metri in linea d’aria, si staglia il più grande inceneritore di rifiuti. È entrato a regime un decennio fa grazie alla Fiat che nel 2002 l’ha ceduto ai francesi dell’Edf (gestori di centrali nucleari). L’impianto Fenice vomita nell’atmosfera e nel sottosuolo veleni micidiali. Già, ma la Barilla fa finta di niente. La multinazionale italiana ha chiesto alla direzione del giornale “La Stampa” di sospendere la mia collaborazione. Motivazione? A quanto emerge dai documenti ufficiali, lesa maestà. Scrivo a Mario Calabresi che ha partecipato in prima persona ad un evento organizzato dalla Barilla. Mi risponde tempestivamente rievocando i nostri trascorsi al quotidiano “La Repubblica”, comunque negando qualsiasi pressione da Parma. Dalla direzione amministrativa del quotidiano Fiat, l’addetto amministrativo Alessandro Bianco, sostiene addirittura che l’amianto non c’è. Tra grandi aziende si scambiano i favori, pur di mettere a tacere una voce libera.
Torno dopo due anni dall’inchiesta condotta e pubblicata dal quotidiano “La Stampa” (11 ottobre 2008). L’amianto è sempre più friabile e danza senza controllo. Da un cavalcavia stradale fotografo la fabbrica mentre sopraggiunge una prima pattuglia di carabinieri a chiedere chiarimenti. Poco dopo piomba un’autovettura della polizia con due agenti in borghese del commissariato di Melfi. Forse non hanno letto il fonogramma che annuncia il mio arrivo con tanto di scorta dei colleghi. Pretendono di sapere perché immortalo il complesso industriale. Nel frattempo transitano sotto gli occhi dei “tutori della legge”, camion carichi di rifiuti pericolosi. Anche la Barilla ne produce: due anni fa li ho scovati in Calabria.
Alle 20,21 di martedi 7 settembre squilla il mio cellulare di lavoro. Non rispondo. Alle 20,28 il portatile trilla ancora. Dall’altro capo del telefono si presenta il poliziotto della mattina. Si chiama Antonio Pennella. In sostanza mi chiede di chiudere un occhio sull’amianto fuorilegge della Barilla; insomma di soprassedere almeno fino ad ottobre inoltrato. Mi rivela che il direttore dello stabilimento gli ha mostrato delle carte. Una ditta di Torino smantellerà l’amianto che uccide entro l’anno al costo di 1 milione di euro. Fingo di abboccare: è un vecchio trucco che pratico con successo da un ventennio. Il 9 settembre in mattinata chiamo il poliziotto Pennella e gli chiedo di farmi inviare le carte dal direttore dello stabilimento. Mi risponde che non può pretenderle dall’amico direttore. Devo fidarmi della sua parola. Ad ogni modo mi chiede ancora di ritardare la pubblicazione di questa inchiesta, in cambio mi darà delle dritte sulla zona. Nauseato chiudo la conversazione e mentalmente spedisco questo sbirro di quart’ordine a quel paese. Sono come san Tommaso: amen.
(p.s. A seguito dell’inchiesta di Gianni Lannes inerente la presenza di amianto nello stabilimento Barilla di San Nicola di Melfi – pubblicata dal quotidiano La Stampa l’11/10/2008 – ben 5 parlamentari del Gruppo Democratico, ossia Turco, Beltrandi, Berardini, Mecacci, Zamparutti hanno indirizzato il 14/09/2009 ai ministri del Lavoro della Salute e delle Politiche sociali l’interrogazione numero 4/04073. L’iter è ancora in corso: il governo Berlusconi non risponde).
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14 Anni 3 Mesi fa #9597
da francois
Risposta da francois al topic Re: BARILLA
E' una illusione pensare di trovare pasta perfettamente prova di qualunque difetto da inquinamento.
Anni fa ho consociuto il titolare di un pastificio noto in Italia per l'alta qualità dei prodtti con il suo marchio, rispettabilissimo.
Mi raccontava che aveva dei problemi con un carico di grano proveniente dall'Ucraina e che era stato fermato in un porto della Gracia perchè erano state rilevate emissioni radioattive superiori al valore medio concesso dalle leggi.
Stava organizzando un altro carico dall'Italia che, una volta mescolato con il primo, avrebbe abbassato il livello di radioattività, rendendo il prodotto accettabile secondo le norme previste dalla legge.
Se dovessimo dare peso a tutti i problemi connessi con l'alimentare, potremmo morire di inedia e poi di fame.
E' molto meglio rinforzare l'organismo con tanta C e complessi vitaminici, a supporto, per combattere eventuali inconvenienti che potrebbero scaturire dalla alimentazione.
Anni fa ho consociuto il titolare di un pastificio noto in Italia per l'alta qualità dei prodtti con il suo marchio, rispettabilissimo.
Mi raccontava che aveva dei problemi con un carico di grano proveniente dall'Ucraina e che era stato fermato in un porto della Gracia perchè erano state rilevate emissioni radioattive superiori al valore medio concesso dalle leggi.
Stava organizzando un altro carico dall'Italia che, una volta mescolato con il primo, avrebbe abbassato il livello di radioattività, rendendo il prodotto accettabile secondo le norme previste dalla legge.
Se dovessimo dare peso a tutti i problemi connessi con l'alimentare, potremmo morire di inedia e poi di fame.
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14 Anni 3 Mesi fa - 14 Anni 3 Mesi fa #9600
da Raffaele/Michelangelo
Risposta da Raffaele/Michelangelo al topic Re: BARILLA
Sì, Francois.
S'è pur vero che un adeguato programma nutrizionale deve includere una sana integrazione Ortomolecolare di Vitamine, Minerali, Oligoelementi, Aminoacidi, … perché gli alimenti sono fortemente declassati dall’inquinamento sia dell’aria sia del terreno sia dell’acqua sia da certe losche speculazioni commerciali, tuttavia la Nutrigenomica ci aiuta a comprendere che le sostanze nutrizionali immesse al nostro interno con l’alimentazione possono avere ripercussioni sia sulla conformazione genica sia sulle loro manifestazioni, che il nutrimento può costituire sia un elemento predisponente alla malattia degenerativa sia una prevenzione contro di essa stessa, che c’è un livello interattivo tra benessere e patologia collegabile al DNA di ciascuno di Noi, che si può approntare un piano alimentare ad hoc allo scopo di mantenersi in buona salute o di rimediare a certe contratte malattie e che certi cibi non siano affatto da frequentare, dunque da escludere apriori.
Sto dicendo, Francois, che le nostre consuetudini dietetiche hanno prodotto profondi cambiamenti nel nostro DNA, di gran lunga superiori a qualsiasi altro evento, determinando ciò una trasformazione a “cascata” in tutto il Pianeta.
Gli alimenti (ma anche altri fattori) coi quali i nostri eritrociti entrano in contatto producono delle reazioni che portano alla formazione di nuovi geni che, assommandosi sempre più, conseguiranno nel trascorrere degli anni una carica genetica tale da determinare una brusca trasformazione evolutiva, molto dissimile da quella definitaci da Charles Darwin.
Determinati cibi hanno sovrabbondanza di lectine, una famiglia di proteine le quali causano a nostra insaputa reazioni agglutinanti nel flusso ematico.
Molti soggetti hanno difficoltà anche rilevanti nei confronti di alimenti che contengono il grano, ma il fatto più sconcertante è che una buona cerchia di costoro non ne sia affatto cosciente, per via che gli effètti si fanno sentire solo postumi e sono per giunta di non chiara collocazione.
Il grano si compone di abbondanti dosi di glutine e di gliadina (proteina costituente del glutine), nonché di altre proteine, di amidi, di grassi, di zuccheri, di vitamine e di enzimi.
Consideriamo ora che più d’un 50% di coloro che mostrano problemi digestivi hanno nel siero anticorpi sia del glutine sia delle gliadine e che secondo una certa stima ben 1 individuo su 8-9 risulterebbe intollerante al glutine, con tanto di mucosa enterica schiacciata se non completamente insussistente, senza peraltro riferire alcun fastidio.
La lectina, sulla quale si potrebbe aprire tutto un thread a sé, presente nel frumento ma anche in diversi altri cereali, si può attaccare a mo’ di ventosa alle pareti enteriche producendo quella tormentosa irritazione che in molti abbiamo avuto modo di conoscere, specialmente se si appartiene, per es., al gruppo 0, per via ch’essa è capace d’agglutinare gli eritrociti di questo emogruppo.
Inoltre, dato che le lectine presentano conformazioni differenti a seconda se derivino dal grano piuttosto che dalla soia o da altro, esse reagiranno con materie diverse, per cui ora l’una ora le altre procureranno “guai” all’emogruppo, si fa per dire, di Francesco, di Chiara, di Maria Luisa, di Antonio …
Intendiamoci, se non si fosse intolleranti alla lectina, essa ci arrecherebbe un gran giovamento!
Purtroppo, anche il nostro sistema nervoso risente molto del fenomeno di agglutinazione procurato dalle lectine alimentari.
Si pensi ai bambini iperattivi.
Delle evidenze scientifiche connotano inoltre come gli affètti da schizofrenia siano molto esposti alle aggressioni di lectine molto usuali, diffuse.
E non è tutto: le lectine sono mitogeni ossia possono, ancorandosi sulla superficie dei leucociti, sollecitarne la proliferazione, con tutti quegli effètti che si possono, se lo si vuol fare, leggere nel mio thread intitolato “Eziopatogenesi del Cancro”.
Ora, e concludo, se tanto da tanto, e alla luce delle attuali conoscenze e di quanto posto in evidenza dalla nostra valorosissima Cecilia, la conclusione logica è anche quella di escludere dall'alimentazione certi "cibi spazzatura", ossia tutti quelli che derivano da farine lavorate che hanno perso tutte le sostanze nutrizionali e tutta la fibra e, fuori però dal contesto, anche tutta una serie di altri alimenti, che così sintetizzo:
-Caffè
-Sale
-Cibi fritti
-Tè stimolanti
-Tè a base di erbe
-Margarina
-Bibite gassate
-Spezie
-Latte e derivati
-Bevande gelate
-Carni sottoposte a processi chimici
-Zucchero bianco
-Farina bianca
-Prosciutto, pancetta
-Dolci, torte, pizze, biscotti
-Hot Dogs, salami
-Spaghetti e pasta in genere
-Salsa bolognese
-Gelati
-Crackers, fette biscottate, ecc.
Raffaele
S'è pur vero che un adeguato programma nutrizionale deve includere una sana integrazione Ortomolecolare di Vitamine, Minerali, Oligoelementi, Aminoacidi, … perché gli alimenti sono fortemente declassati dall’inquinamento sia dell’aria sia del terreno sia dell’acqua sia da certe losche speculazioni commerciali, tuttavia la Nutrigenomica ci aiuta a comprendere che le sostanze nutrizionali immesse al nostro interno con l’alimentazione possono avere ripercussioni sia sulla conformazione genica sia sulle loro manifestazioni, che il nutrimento può costituire sia un elemento predisponente alla malattia degenerativa sia una prevenzione contro di essa stessa, che c’è un livello interattivo tra benessere e patologia collegabile al DNA di ciascuno di Noi, che si può approntare un piano alimentare ad hoc allo scopo di mantenersi in buona salute o di rimediare a certe contratte malattie e che certi cibi non siano affatto da frequentare, dunque da escludere apriori.
Sto dicendo, Francois, che le nostre consuetudini dietetiche hanno prodotto profondi cambiamenti nel nostro DNA, di gran lunga superiori a qualsiasi altro evento, determinando ciò una trasformazione a “cascata” in tutto il Pianeta.
Gli alimenti (ma anche altri fattori) coi quali i nostri eritrociti entrano in contatto producono delle reazioni che portano alla formazione di nuovi geni che, assommandosi sempre più, conseguiranno nel trascorrere degli anni una carica genetica tale da determinare una brusca trasformazione evolutiva, molto dissimile da quella definitaci da Charles Darwin.
Determinati cibi hanno sovrabbondanza di lectine, una famiglia di proteine le quali causano a nostra insaputa reazioni agglutinanti nel flusso ematico.
Molti soggetti hanno difficoltà anche rilevanti nei confronti di alimenti che contengono il grano, ma il fatto più sconcertante è che una buona cerchia di costoro non ne sia affatto cosciente, per via che gli effètti si fanno sentire solo postumi e sono per giunta di non chiara collocazione.
Il grano si compone di abbondanti dosi di glutine e di gliadina (proteina costituente del glutine), nonché di altre proteine, di amidi, di grassi, di zuccheri, di vitamine e di enzimi.
Consideriamo ora che più d’un 50% di coloro che mostrano problemi digestivi hanno nel siero anticorpi sia del glutine sia delle gliadine e che secondo una certa stima ben 1 individuo su 8-9 risulterebbe intollerante al glutine, con tanto di mucosa enterica schiacciata se non completamente insussistente, senza peraltro riferire alcun fastidio.
La lectina, sulla quale si potrebbe aprire tutto un thread a sé, presente nel frumento ma anche in diversi altri cereali, si può attaccare a mo’ di ventosa alle pareti enteriche producendo quella tormentosa irritazione che in molti abbiamo avuto modo di conoscere, specialmente se si appartiene, per es., al gruppo 0, per via ch’essa è capace d’agglutinare gli eritrociti di questo emogruppo.
Inoltre, dato che le lectine presentano conformazioni differenti a seconda se derivino dal grano piuttosto che dalla soia o da altro, esse reagiranno con materie diverse, per cui ora l’una ora le altre procureranno “guai” all’emogruppo, si fa per dire, di Francesco, di Chiara, di Maria Luisa, di Antonio …
Intendiamoci, se non si fosse intolleranti alla lectina, essa ci arrecherebbe un gran giovamento!
Purtroppo, anche il nostro sistema nervoso risente molto del fenomeno di agglutinazione procurato dalle lectine alimentari.
Si pensi ai bambini iperattivi.
Delle evidenze scientifiche connotano inoltre come gli affètti da schizofrenia siano molto esposti alle aggressioni di lectine molto usuali, diffuse.
E non è tutto: le lectine sono mitogeni ossia possono, ancorandosi sulla superficie dei leucociti, sollecitarne la proliferazione, con tutti quegli effètti che si possono, se lo si vuol fare, leggere nel mio thread intitolato “Eziopatogenesi del Cancro”.
Ora, e concludo, se tanto da tanto, e alla luce delle attuali conoscenze e di quanto posto in evidenza dalla nostra valorosissima Cecilia, la conclusione logica è anche quella di escludere dall'alimentazione certi "cibi spazzatura", ossia tutti quelli che derivano da farine lavorate che hanno perso tutte le sostanze nutrizionali e tutta la fibra e, fuori però dal contesto, anche tutta una serie di altri alimenti, che così sintetizzo:
-Caffè
-Sale
-Cibi fritti
-Tè stimolanti
-Tè a base di erbe
-Margarina
-Bibite gassate
-Spezie
-Latte e derivati
-Bevande gelate
-Carni sottoposte a processi chimici
-Zucchero bianco
-Farina bianca
-Prosciutto, pancetta
-Dolci, torte, pizze, biscotti
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