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Alzheimer. L’attività fisica potrebbe preservare il volume dell’ippocampo
Bassi livelli di esercizio fisico, insieme a un elevato rischio genetico per l’Alzheimer, comportano una riduzione del 3% del volume dell’ippocampo. L’attività motoria, al contrario, può preservare l’ippocampo e combattere il declino cognitivo. Ecco i risultati dello studio USA
29 APR - Oltre ad avere effetti benefici sulla salute in generale, una moderata attività fisica può permettere, alle persone che hanno un aumentato rischio genetico di sviluppare l’Alzheimer, di mantenere in salute il cervello, preservando il volume dell’ippocampo. Ad affermarlo, oggi, è un gruppo di ricercatori dell’Università del Maryland (School of Public Health) e di altri Istituti, che hanno pubblicato i risultati dello studio sulla rivista Frontiers in Aging Neuroscience. Lo studio è intitolato Physical activity reduces hippocampal atrophy in elders at genetic risk for Alzheimer's disease.
L’ippocampo è una regione cerebrale importante per la memoria e l’orientamento spaziale ed è la prima ad essere colpita dall’Alzheimer: normalmente, si perde una certa parte del volume di questa regione mano a mano che si avanza nell’età, ma chi presenta un aumentato rischio genetico di sviluppare l’Alzheimer mostra anche un’atrofia dell’ippocampo più pronunciata nel tempo.
“La buona notizia è che l'attività fisica può offrire protezione dalla neuro-degenerazione associata a rischio genetico per la malattia di Alzheimer”, ha sottolineato il Dott. J. Carson Smith, ricercatore in chinesiterapia presso l’Università del Mariland. “Abbiamo trovato che l'attività fisica mostra le potenzialità per preservare il volume dell'ippocampo nei soggetti con aumentato rischio della malattia di Alzheimer, il che significa che potremmo essere in grado di ritardare il declino cognitivo e la comparsa dei sintomi di demenza in questi individui. Interventi relativi all’attività fisica potrebbero essere particolarmente potenti e importanti per questo gruppo”.
I ricercatori hanno preso in considerazione un gruppo di circa 100 persone di età compresa tra i 65 e gli 89 anni, con normali abilità cognitive, durante un periodo di 18 mesi e misurando il volume del loro ippocampo mediante risonanza magnetica. All’interno del gruppo, gli individui sono stati divisi a seconda del rischio genetico di Alzheimer (in base alla presenza o meno di un particolare marcatore genetico) e al livello di attività fisica. In particolare, sono stati classificati ad alto rischio di Alzheimer se il test genetico sul DNA evidenzia la presenza di uno o entrambi gli alleli 4 dell’apolipoproteina E-epsilon (APOE-ε4). Il livello di attività fisica è stata misurata utilizzando un sondaggio standard: si considera basso quando la persona pratica al massimo due volte a settimana un esercizio fisico di intensità leggera, si considera alto quando la persona pratica un’attività moderata o vigorosa almeno tre volte a settimana.
Quali sono stati i risultati? Soltanto le persone ad elevato rischio genetico per la presenza di entrambi gli alleli suddetti che inoltre non praticavano esercizio fisico hanno mostrato una riduzione del volume dell’ippocampo pari al 3%, mentre negli altri gruppi di persone presi in considerazione (rischio basso e bassa attività fisica, rischio alto e alta attività fisica, rischio basso ed alta attività fisica) la regione cerebrale è rimasta stabile rispetto al volume, si legge nello studio. Non sono stati osservati effetti importanti o interazioni tra rischio genetico e livelli di attività fisica nelle regioni del cervello legate al controllo.
“Questo è il primo studio che osserva come l'attività fisica può influenzare la perdita di volume dell'ippocampo in soggetti a rischio genetico per la malattia di Alzheimer”, ha dichiarato il Dott. Kirk Erickson, professore associato di psicologia presso l’Università di Pittsburgh. “Non ci sono altri trattamenti indicati per preservare volume dell'ippocampo nelle persone che potrebbero sviluppare la malattia di Alzheimer. Questo studio ha enormi implicazioni sui possibili interventi, prima dello sviluppo di eventuali sintomi di demenza, negli adulti più anziani che presentano un aumentato rischio genetico per la malattia di Alzheimer”.
"Sappiamo che la maggioranza delle persone che portano l'allele APOE-e4 mostrerà un ndeclino cognitivo sostanziale con l'età e potrà sviluppare la malattia di Alzheimer, ma a molti invece non accadrà. Quindi, vi è ragione di credere che vi siano altri fattori genetici e fattori legati allo stile di vita durante il lavoro”, sottolineail Dott. Smith. “Il nostro studio fornisce ulteriori prove che l'esercizio fisico svolge un ruolo protettivo contro il declino cognitivo e suggerisce la necessità di future ricerche per studiare in che modo l'attività fisica può interagire con la genetica e ridurre il rischio di Alzheimer”.
“Il nostro studio ha fornito ulteriori prove che la PA può favorire la protezione contro la neurodegenerazione in soggetti cognitivamente sani a rischio genetico per l'AD. I nostri risultati suggeriscono che la conoscenza del genotipo APOE, fortemente preciso nella previsione di AD, può svolgere un ruolo importante nell’effettuare raccomandazioni agli adulti di età più anziana per quanto riguarda l'esercizio fisico come mezzo per mantenere l'integrità del cervello e prevenire il futuro declino cognitivo e atrofia cerebrale. Sono necessari studi futuri per capire meglio i meccanismi neurofisiologici con cui PA sembra alterare l'espressione fenotipica della allele APOE-ε4”, si legge nelle conclusioni dello studio.
Un progetto italiano
A tal proposito, tra le varie iniziative, un progetto italiano, attualmente in corso, intende combattere il declino cognitivo, mediante l’esercizio sia mentale che fisico, proponendo al campione di persone individuato attività fisiche aerobiche e attività cognitivamente stimolanti. Si tratta di ‘Train the brain’ (Allena il cervello), che nel 2013 ha ricevuto il Premio Eureka per l’innovazione e la tecnologia del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca - come rivela il Cnr - realizzato dagli Istituti di fisiologia clinica (Ifc) e di neuroscienze (In) del Cnr di Pisa, in collaborazione con l’Università di Pisa e con l’Irccs Fondazione Stella Maris. La Fondazione Pisa della Cassa di risparmio lo ha poi finanziato per quattro milioni di euro insieme all’Ifc-Cnr.
Viola Rita
29 aprile 2014
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Buongiorno Elena, se consenti mi interesserebbe una tua apprezzata riflessione su quanto da me indicato in questo messaggio, nel copia-incolla, soprattutto nella frase evidenziata dal colore, puoi leggere che i Ricercatori di Medicina di importanti Istituti Scientifici, si sono accorti, controllando molte Persone, che l'esercizio fisico è la migliore medicina per ottenere la prevenzione o eventualmente la terapia più efficace per la cura dell'Alzheimer, però, Elena puoi renderti conto che Ricercatori e Medici non sanno in che modo l'attività fisica interagisce sulla genetica per ridurre il rischio di ammalarsi di Alzheimer.
Mi segui Elena?
Ricercatori e Medici suggeriscono che l'esercizio fisico è protettivo per non ammalarsi dell'Alzheimer e altre malattie degenerative (tumori) MA NON SANNO BENE IL PERCHE'
Mentre invece io posso dimostrare, anche perché da12 anni pratico la regolare attività fisica, che, quando svolgiamo un COSTANTE (quasi quotidiano) esercizio fisico otteniamo due realtà facilmente verificabili: SI INCREMENTA LA pO2 generale e AUMENTA LA GITTATA CARDIACA, della quale possiamo beneficiare riducendosi la Frequenza Cardiaca per merito del regolare esercizio aerobico.
L'aumento della Gittata Cardiaca, cioè una maggiore intensità e quantità del sangue e dell'ossigeno (soprattutto paramagnetico) che affluisce in tutte le arterie ad ogni battito del Cuore, determina l'incremento della MICROCIRCOLAZIONE CEREBRALE producendo quindi una maggiore Vascolarizzazione al Cervello e in tutti gli altri Organi del Corpo.
Inoltre, l'incremento della pO2 arteriosa verificabile con l'Emogasanalisi, produce l'aumento di energia elettrochimica dovuta al paramagnetismo dell'ossigeno irradiato nel sangue, determinando così la Crescita di Nuove Cellule nel Cervello e nel Corpo.
Ed è proprio la crescita delle nuove cellule ha consentire la prevenzione o eventualmente la cura risolutiva dell'Alzheimer e delle altre patologie degenerative comprese le malattie Oncologiche.
E' apprezzata la tua riflessione Elena
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- elena
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Vedi se trovi spazio per inserire un tuo contributo. Devi trovare una sponda di rilievo, che possa sostenerti.
Per fare ricerca ci vogliono soldi, titoli, purtroppo connections e ovviamente buone idee.
Puoi aprire un post apposito x vedere se qualche forista è interessato a finanziarti la ricerca, ( o a presentare/ condividere le tue evidenze), sentiti gli amministratori del forum. Vedi se qualche forista sperimenta con costanza e migliora (certificandolo) per aiutarti nella tua presentazione di casi risolti... In fondo, Il tuo contributo qui vedo che è generalmente apprezzato x quanto hai riportato ( a parte qualche inesattezza riguardo al ruolo dell'anidride carbonica
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- PinoFronzi 1
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Se tu Elena e altri Utenti del Forum aveste capito con esattezza quello che ho capito io, formeremmo un Gruppo di Persone che, insieme, sapremmo convincere chi di competenza, (Autorità Sanitarie) a svolgere dei semplici controlli tramite i quali si capirà che ho ragione.
Faccio un'esempio Elena: io ho indicato ad importanti Primari Medici Neurologi e Oncologi che, se controllassero con l'Emogasanalisi la pO2 arteriosa ai Pazienti ammalati con il cancro, con l'Alzheimer, la SLA, la Sclerosi Multipla, il Parkinson, o altre malattie cronico-degenerative, si accorgerebbero che tutti questi i Pazienti hanno la pO2 arteriosa molto più bassa della norma.
Elena consenti la domanda, se tu fossi Medico, vedendo che la pO2 arteriosa dei Pazienti è molto più bassa della norma, non prescriveresti una terapia che aumenta la pO2 arteriosa?
I medici però o che fanno i furbi oppure sono totalmente rimbambiti, io li ho avvisati che è necessario aumentare la pO2 per la cura del cancro e le malattie neurologiche, loro hanno risposto che avrebbero controllato, ma in realtà il controllo della pO2 non l'hanno mai fatto.
E allora Elena rimane un dubbio, i medici forse sanno che aumentando stabilmente l'ossigeno nel sangue le malattie regrediscono e guariscono, però, incredibile ma vero, NON VOGLIONO CURARE AUMENTANDO L'OSSIGENO (troppo facile e non ci sono mazzette dalle case farmaceutiche) inoltre c'è da dire che non conoscono neanche la VERA funzionalità dell'Ossigeno Paramagnetico (pO2) Generatore di Energia Elettrochimica nel sangue.
Se vogliamo risolvere la questione è indispensabile riunirci Elena, da solo non posso farcela.
Apprezzo sempre un tuo-vostro intervento.
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- alpaluda
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Immagino siano presenti altre Persone nel Forum interessate a capire e dimostrare quali sono le cause e le cure delle malattie di cui abbiamo discusso.
Io sono sempre disponibile e farò del mio meglio nel caso vi siano necessarie maggiori spiegazioni.
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